Presto sapremo chi vincerà le elezioni in Grecia, se sarà Syriza o la coalizione di centrodestra capeggiato da Samaras. Chiunque però sarà il vincitore, il tormentone con cui ci ossessioneranno i media, gli “esperti” e i politici di turno lo conosciamo già: il debito pubblico della Grecia va pagato. Ci sarà una corsa affannosa per convincerci di questo, alcuni ripeteranno ossessivamente che, se la Grecia non paga il debito, “a soffrirne le conseguenze non sarebbero potenti banche o speculatori misteriosi, ma gli Stati”, cioè “noi cittadini” (così Stefano Lepri, “La Stampa“, 31 dicembre 2014). E ci martelleranno le orecchie – statene sicuri – per spiegarci che il debito statale greco (che è intorno al 175% del Pil), è tutta colpa di quei maledetti greci (cioè di tutti i greci) che per anni e anni hanno preteso di vivere al di sopra delle loro possibilità, godendosi salari altissimi, ferie e riposi in continuazione, assistenze di vario tipo, e chi più ne ha più ne metta. Ma è vero tutto ciò?

No, sono menzogne spudorate, ma chi le dice – evidentemente – sa bene che ripetute all’infinito queste rischiano anche di essere credute.

Quali sono le menzogne allora?

Le ragioni per cui si è formato l’enorme debito statale greco si possono essenzialmente ridurre in cinque punti.

Il primo punto: in Grecia grandi proprietari e Chiesa non pagano le tasse. Infatti, gli armatori greci, proprietari della seconda flotta mercantile al mondo, godono di una pressoché totale esenzione fiscale, prevista addirittura dalla costituzione approvata nel 1975. Poi c’è la Chiesa ortodossa, che è il più grande proprietario terriero del paese e possiede hotel, centri turistici, proprietà immobiliari, imprese, e che non paga neanche gli stipendi dei propri preti. A questi bisogna aggiungere poi le stratosferiche ricchezze trasferite all’estero (si calcolano che siano circa 600 miliardi di euro: ovvero quasi il doppio del debito attuale), per non parlare delle 6.575 compagnie offshore, di cui solo 34 pagano le tasse.

Il secondo punto: le spese militari. Lo stato greco spende il 3,1% del Pil in spese militari, più di Gran Bretagna e Francia. Tra il 2005 e il 2009, ovvero gli anni in cui il debito si è gonfiato, la Grecia è stata uno dei cinque maggiori importatori di armi in Europa. Già questo dato è uno scandalo, ma se andiamo a vedere da chi ha comprato la Grecia aerei e armamenti il quadro diventa ancora più inquietante: i 26 F16 sono stati comprati dalla statunitense Lockheed Martin e i 25 Mirage 2000 dalla francese Dassault, con un contratto di 1,6 miliardi di euro.

Il terzo punto: le spese per le Olimpiadi del 2004, costate complessivamente oltre i 20 miliardi di euro. E’ proprio durante quest’anno che il debito statale schizza alle stelle, da 182 a 201 miliardi. Inizialmente si era detto che le spese per le Olimpiadi non avrebbero superato i 7 miliardi di euro, ma si sa come vanno le cose con le “grandi opere”. In Italia ne sappiamo qualcosa, sappiamo del Mose, dell’Expo, ecc. E non occorre spendere parole per capire nelle tasche di chi siano finiti i miliardi che si sono aggiunti oltre le prime previsioni: imprese greche, ma anche straniere, tra cui anche alcune italiane.

Il quarto punto: la corruzione degli alti funzionari pubblici. Anche questo dato siamo in grado di capirlo bene, perché non ci manca l’esperienza in questo senso in Italia. Su una cosa, però, si tende a riflettere poco: dove ci sono corrotti ci sono corruttori che ne beneficiano nell’assegnazione di favori, sconti o appalti. E quali sono i corruttori/beneficiari-dell’atto-di-corruzione? Sono le imprese, greche e internazionali.

Il quinto punto: gli interessi enormi sul debito di Stato. Negli ultimi anni sono stati circa 6 miliardi di euro gli interessi pagati dalla Grecia. Ma a favore di chi? Ma degli altri stati europei, del Fmi e, ça va sans dire, delle grandi banche europee.

E allora i greci che si sono regalati ogni tipo di assistenza? Menzogne. Dal 1998 al 2007 (anni in cui l’economia greca è costantemente cresciuta del 4% all’anno) lo Stato ha speso in spese sociali 5.400 dollari pro capite, cioè meno della metà di Francia e Germania.

E allora i greci che stanno sempre sotto al fico aspettando che un polpo li raggiunga per essere mangiato, perché non vogliono mai lavorare? Menzogne. Secondo i dati dell’Osce (2012), i lavoratori greci sono al primo posto in Europa come ore lavorate annue: 2.017 ore annue di lavoro pro capite, e al terzo tra i 34 paesi dell’Ocse, dopo i lavoratori sud-coreani (2.193 ore di lavoro l’anno) e quelli cileni (2.068 ore).

Ma dei prestiti sostanziosi che hanno avuto in questi anni? Che fine hanno fatto i soldi “nostri”? Di certo non sono stati i greci che campano di lavoro a goderseli. Ecco alcuni dati ufficiali: la disoccupazione è al 27,6%, tra i giovani sotto i 35 anni è sopra il 60%; i disoccupati che ricevono sussidi sono diminuiti del 63,7%; i giovani a rischio di povertà sono il 44%; dal 2010 ad oggi la perdita di salario per chi lavora è del 38%, per i pensionati è del 45%; i redditi delle famiglie sono diminuiti del 39%; la mortalità infantile è cresciuta del 42,8%; il 20% dei bambini non ha potuto essere vaccinato; un milione di greci (su 10) non hanno più assistenza sanitaria; il 44% delle famiglie non può sostenere le spese di riscaldamento; oltre 800.000 persone sono registrate presso le Ong e i servizi caritativi della Chiesa per ottenere un aiuto alimentare.

Sì, ma che fine hanno fatto i soldi prestati, insisterà a chiedere qualcuno? Cioè, si tratta pur sempre di 275 miliardi, si dirà. Ecco, tutti quei soldi sono finiti – come in una partita di poker – nelle mani dei creditori internazionali (Fmi, Bce), almeno per il 90%. Alla fine dei conti, insomma, lo Stato greco ha “visto” solo 27 miliardi di euro (il 10%)…e chi campa di lavoro nulla di nulla, a parte i manganelli in piazza ovviamente. Mentre, nel frattempo, però, sono aumentati del 19% i profitti delle 500 imprese più importanti del paese.

E allora, chi deve pagare il debito greco? E’ giusto che lo paghi chi lo ha creato o è giusto che lo paghino sempre gli stessi poveracci (cioè la gente che vive di lavoro), facendoci pure credere che sono questi ultimi a mettere le mani nelle nostre tasche?

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