Al di là di brevi pensieri in difesa della libertà di stampa e di espressione lasciati sui miei social network, ho aspettato a scrivere qualcosa di più articolato riguardo a ciò che sta succedendo in questi giorni. La paura e lo sconvolgimento per qualcosa di inaspettato non sono amiche della lucidità e, in casi di grande impatto emotivo come quelli di un attacco terroristico che tocca il cuore pulsante dell’Europa, si può rischiare di parlare troppo e di ascoltare poco, troppo poco.

E nemmeno proporre l’ennesima analisi dei fatti di Parigi è il mio intento: i colleghi che hanno seguito gli eventi in prima linea sono molto più adatti di me a raccontare ciò che hanno visto, ascoltato, analizzato personalmente. Vorrei invece porre l’accento su un’altra questione: l’esistenza di due pesi e due misure quando si tratta di vite umane.  Mi ha particolarmente colpita, per una prossimità causale e temporale, ciò che sta succedendo in Nigeria, dove le milizie di Boko Haram, il gruppo sunnita jihadista che ha preso il controllo di una parte del Paese, hanno trucidato nella città di Baga circa duemila persone, inclusi anziani, donne e bambini, e fatto esplodere (sottolineo esplodere) tre bambine di circa 10 anni nei mercati di Potiskum e Maiduguri, nello stato nord-orientale di Yobe.

Secondo Amnesty International, si tratta del peggior massacro dal 2009, anno in cui Boko Haram ha iniziato i suoi attacchi. L’aggettivo “orribile” non basta a descrivere l’immensità della tragedia che si sta consumando in quel Paese, lo strazio disumano a cui sono sottoposte migliaia di famiglie innocenti, l’esodo disperato dei sopravvissuti che hanno lasciato i villaggi alla ricerca di una possibilità di vivere. Una tragedia umana che meriterebbe la stessa, se non maggiore, globale indignazione, lo stesso afflusso di persone nelle piazze, la stessa ferma negazione di quanto azzera la vita umana in nome di una follia terroristica.

Davanti a due casi contemporanei di terrorismo, per giunta della stessa matrice, le reazioni non sono comparabili: si denota dagli spazi dedicati dai giornali alla vicenda nigeriana messi a confronto con quelli dedicati alla Francia, si denota dai discorsi di tutti i giorni con le persone che incontriamo e si denota, ancor più semplicemente, dai singoli status sui social network, termometro vero o presunto degli animi generali. Per la redazione di Charlie Hebdo e per le vittime del supermercato kosher parigino in milioni hanno fatto sentire la propria voce, anche solo con un semplice hashtag simbolico, e sono scesi in piazza (inclusi anche quei capi di Stato che non possono certo dirsi paladini delle libertà di espressione e di tutela dei diritti umani).

L’orrore che negli stessi giorni si è consumato nelle terre nigeriane ci è invece arrivato distante, certo una brutta storia, ma non tale da coinvolgerci emotivamente allo stesso modo. Al contrario, la verità è che la tragedia nigeriana non ci ha toccato più di tanto. Perché? È forse solo un problema di prossimità geografica? Sappiamo tutti che non lo è: se fosse accaduto negli Stati Uniti (che certo per noi non sono proprio dietro l’angolo), ci saremmo sentiti decisamente turbati e coinvolti, esattamente come accadde l’11 settembre.

Il punto è un altro. Il fatto ci tocca di meno perché arriva dalle terre martoriate dell’Africa, quelle in cui le guerre, le stragi e la povertà non se ne sono mai andate, e dunque rientrerebbe in una sorta di “quotidiana normalità”. Questo esempio, così evidente, mi porta ancora di più a pensare che ci sia qualcosa di profondamente distorto nella nostra percezione della realtà. È distorto il nostro modo, inconscio o conscio che sia, di dividere i morti innocenti tra quelli di serie A e quelli di serie B, è distorta la nostra assuefazione al male in relazione a certe zone della Terra.

Certamente politica parziale, interessi economici e media farraginosi hanno le loro decisive responsabilità. Ma in realtà, mi sento di dire con una triste franchezza, una grande fetta di colpa di questa insensibilità appartiene ad ognuno di noi: preferiamo chiudere gli occhi e non lasciarci coinvolgere da ciò che sentiamo diverso e lontano, rifiutiamo di ammettere che la nostra mentalità sia lo specchio di quel macrocosmo che tanto critichiamo nelle alte sfere sociali. Preferiamo accettare un’ipocrisia globale nel trattare la vita umana secondo parametri diversi e opinabili, invece di battere i pugni e fare sentire la nostra indignazione per le immani e continue perdite di vite ad opera di regimi dittatoriali, terroristici e repressivi in ogni parte del globo. Ci crogioliamo nell’illusione di far parte sempre della schiera dei paladini della giustizia, quando sappiamo benissimo che i Paesi occidentali hanno le loro responsabilità nei disastri politici e sociali di molti altri Paesi.

In queste immense tragedie, la nazionalità, la cultura, la pelle, l’appartenenza geografica o religiosa stanno a zero. Finché non capiremo davvero che il sangue è dello stesso colore per tutti, non potrà mai esserci un vero cambiamento.

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