Parigi centro del mondo: oggi, tra le numerosissime autorità annunciate, è presente anche una folta delegazione di capi di stato africani. Previsti il presidente del Mali, Ibrahim Boubacar Keïta (paese di cui è originaria la famiglia di Amedy Coulibaly), il gabonese Ali Bongo Ondimba, il nigerino Mahamadou Issoufou, il beninese Thomas Boni Yayi ed il primo ministro tunisino Mehdi Jomaa. C’erano anche il presidente togolese Faure Gnassingbé e l’omologo senegalese Macky Sall. L’Algeria, patria d’origine dei due fratelli Kouachi, ma anche del poliziotto freddato durante l’assalto a Charlie Hebdo, è stata rappresentata dal ministro degli esteri Ramtane Lamamra. Così come l’Egitto e il Marocco.

Fra tutti i nomi (alcuni non proprio presentabili), spicca l’assenza di Goodluck Jonathan, il presidente uscente della Nigeria. Sicuramente troppo preso dalla campagna elettorale e, forse, anche da altri problemi interni. Come le continue stragi di Boko Haram. La bambina di dieci anni fatta esplodere ieri nel mercato di Maiduguri è solo la penultima follia del gruppo fondamentalista perché anche oggi c’è stato un attentato (due bimbe kamikaze che hanno fatto tre morti), che giunge a tre giorni di distanza dalla notizia del devastante attacco alla città di Baga e dei villaggi vicini. Testimoni parlano di un numero altissimo di vittime, anche se il dato di duemila fornito dalla BBC è ancora in attesa di conferme e forse non ne avrà a breve, essendo la zona inaccessibile a verifiche esterne. Tuttavia pare certo che si tratti di una strage di proporzioni enormi, probabilmente la più ingente mai compiuta dagli uomini di Abubakar Shekau: i fuggitivi parlano di sedici villaggi rasi al suolo, gente inseguita e uccisa senza pietà.

L’agenzia missionaria Misna, contattando fonti del posto, dà per certo che le vittime siano almeno centinaia. Per non parlare dei profughi, scappati senza nulla al di là del confine col vicino Ciad, attraversando il lago omonimo. Se ne contano circa 20mila. Alcuni nella concitazione sono morti affogati, altri sarebbero bloccati senza viveri su un’isola. E intanto il Ciad ha chiuso le frontiere. “Per 5 km – ha raccontato all’AFP uno dei fuggitivi, membro di una milizia di autodifesa – non ho fatto altro che camminare su cadaveri”.

L’assalto alla cittadina di Baga da parte dei miliziani di Boko Haram era iniziato fra il 3 e il 4 gennaio, allo scopo di prendere una base militare strategica perché sede della MNJTF, la Multinational Joint Task Force, creata nel 1998 tra forze militari di Nigeria, Ciad e Niger per colpire il crimine transfrontaliero e dirottata nel 2014 alla lotta contro Boko Haram. A seguito dell’attacco, si è però scoperto che le truppe ciadiane e nigerine avevano abbandonato il presidio a fine novembre, lasciandolo in mano ai soli militari nigeriani: e, come accaduto già troppe volte, all‘arrivo dei terroristi l’esercito è fuggito senza opporre resistenza. Anzi, lo scorso ottobre 59 militari delle forze speciali sono finiti sotto processo perché si rifiutavano di andare a combattere nella zona sotto l’influenza di Boko Haram.

Ma anche l’orrendo ricorso alle giovani kamikaze non è nuovo: risale al giugno scorso il primo attentato suicida portato a termine da una donna, mentre a luglio ne era stato sventato un altro che doveva esser compiuto da una bambina di 10 anni, trovata con un gilet imbottito di esplosivo. E il mese scorso un’altra ragazzina di 14 anni era stata arrestata perché trovata con una cintura esplosiva addosso: nell’interrogatorio, ha denunciato di esser stata obbligata dai propri genitori, simpatizzanti di Boko Haram.

Il gruppo ormai imperversa in un’area ben più ampia dello stato nordorientale di Borno, dove è nata, una regione incuneata fra Camerun, Ciad e Niger: i miliziani passano sempre più spesso i labili confini soprattutto con il nord del Camerun, un tempo zona poverissima ma tranquilla ed ora assolutamente bandita agli occidentali. Qui – ricordate – la scorsa primavera erano stati rapiti anche due sacerdoti italiani, insieme ad un’anziana suora canadese, rilasciati solo dopo alcuni mesi e trattative sotterranee. E qui il 9 novembre si è registrato per la prima volta un attacco multiplo quasi simultaneo in ben sei luoghi diversi, con veicoli blindati, a dimostrare nuovamente – se ce ne fosse bisogno – la capacità e l’efficienza di Boko Haram. Ormai, i porosi confini sono oltrepassati così spesso che il gruppo può non esser più considerato solo nigeriano: sono sempre di più anche i giovani camerunesi che si arruolano nelle sue file, incantati da discorsi incendiari che accusano l’Occidente e la corrotta leadership del paese, ma attratti soprattutto dalla promessa di uno stipendio e di un minimo di welfare per la famiglia di appartenenza.

Anche il Ciad e il Niger sono sempre più direttamente coinvolti, tanto che nei mesi scorsi si sono tenuti più di un vertice regionale con i capi di stato di questi paesi, coordinati e guidati anche stavolta da François Hollande. A marzo si era giunti alla decisione di avviare una forza militare congiunta tra i paesi membri della Commissione del bacino del Lago Ciad (Ciad, Camerun, Nigeria, Niger, Centrafrica e Libia) che potesse affrontare e sconfiggere definitivamente i miliziani di Boko Haram. La forza regionale doveva essere operativa a fine novembre, ma non è ancora partita. Carenza di fondi. Gli aiuti promessi non sono ancora arrivati.

Intanto, l’esercito nigeriano fugge e quello camerunese non riesce a portare a termine azioni efficaci. Il presidente nigeriano Goodluck Johnatan, del resto, è tutto preso dalle imminenti presidenziali, che si terranno il prossimo 14 febbraio, e il disastro del nordest è solo uno dei problemi cui deve far fronte, mentre da sempre le attenzioni sono focalizzate non sul povero e turbolento nord a prevalenza islamica, ma sul ricco e popolosissimo sud, a maggioranza cristiana, luogo di commerci, rapidissimo sviluppo e fonte di gas e petrolio che hanno reso prospero il paese. O, almeno, una parte di esso. Anche se pure qui non c’è da stare tranquilli: il calo del prezzo del petrolio sta portando molti dei colossi petroliferi occidentali a vendere le concessioni, e nel delta del Niger stanno subentrando la Cina e altri paesi orientali, affamati di risorse.