Nel pieno dell’inverno economico che attanaglia l’Italia, i segni di disgelo della ripresa americana suscitano aspettative di tepori anche sull’accidentato permafrost del vecchio continente. Sono ragionevoli questi aneliti? E quanto potente potrebbe rivelarsi l’effetto traino?  

Se guardiamo i dati annuali di crescita del Pil a stelle e strisce e delle esportazioni di beni made in Italy verso gli Usa, nel periodo 1998-2013 esiste una stretta relazione tra gli andamenti delle due variabili. Soprattutto quando le variazioni del Pil sono state vertiginose come durante la Grande Recessione del 2008-09 e poi nella fase di ripresa successiva. Il surplus commerciale tra Italia e Usa tra il 1998 ed il 2013 è aumentato da 10 a 21 miliardi di dollari (nel 2014 si attende una performance anche migliore). Quindi parrebbe naturale ipotizzare che un sostanzioso stimolo esterno possa arrivare dall’Atlantico nel corso del 2015. In tutta onestà, per sollevare le zavorre italiane occorrono uno strappo molto vigoroso e una corda robusta. In primo luogo, la ripresa americana (al 5% annualizzato) nello scorso trimestre ha beneficiato di alcuni fattori erratici come spese sanitarie private e spese militari.

L’ultimo trimestre pertanto si preannuncia meno scoppiettante. Ma scrutando l’orizzonte del nuovo anno, l’evoluzione della congiuntura dipenderà in larga misura dalla dinamica salariale. Il mercato del lavoro Usa gira al ritmo di 200 mila nuovi occupati al mese. Tuttavia esistono ampie sacche di lavoratori scoraggiati bramosi di riassaporare tempi migliori e una moltitudine che negli anni di bovini emaciati ha accettato lavori part time o mansioni inferiori alle qualifiche (o alle ambizioni). Questo magma è in movimento: i dati mostrano che in numero crescente si licenziano convinti di trovare un lavoro migliore. Fintanto che questo aggiustamento non sarà completato è difficile immaginare salari reali e redditi in crescita sostenuta. Insomma l’impulso al made in Italy dai consumatori americani non sarà certo stellare.  

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In secondo luogo, l’incognita maggiore resta legata al “Barnum” attendato a Wall Street. La Federal Reserve sulla pista centrale, al posto della rete elastica, ha piazzato vasche di liquidità sempre più larghe e profonde chiamate quantitative easing (o finanza a go-go, in linguaggio non tecnico). Gli investitori trapezisti (e molti clown) sono stati indotti a sottovalutare i rischi e ad accantonare i criteri prudenziali di valutazione nell’eccitazione del profitto facile e garantito. Ma trascurare gioiosamente i rischi delle acrobazie di Borsa non significa esorcizzarne la materializzazione soprattutto ora che la vasca è destinata a rimpicciolirsi. In ultima analisi, l’economia reale e quella finanziaria non possono divergere in perpetuo. Quale delle due inizierà il processo di avvicinamento all’altra sarà il tema dominante da gennaio.  

Infine nel 2015 lo scontro politico tra Obama e un Congresso, che già ringhia ostile, verterà su questioni macroscopiche come l’implementazione dell’Obamacare e la riforma fiscale, specie le imposte sui profitti aziendali. Le imprese non investiranno finché non si risolvono questi nodi. Però a livello globale sta effettivamente arrivando un raggio di sole insperato: la caduta dei prezzi energetici e delle materie prime. Per l’economia italiana gli ordini di grandezza sono inequivocabili. Se il surplus commerciale con gli Usa aumentasse del 20% (a esagerare) si tratterebbe di 4 miliardi di dollari. Per contro, a metà 2014, con il Brent a 110 dollari, si calcolava una bolletta energetica di oltre 65 miliardi di dollari. Se il conto si riducesse di un quarto sarebbe uno stimolo 3 o 4 volte maggiore.

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il Fatto Quotidiano, 31 Dicembre 2014