Il 2015 ci proporrà due fallimenti e un mezzo successo, tutti disastrosi per noi. Il primo fallimento sarà quello del big bazooka di Mario Draghi. La montagna dell’acquisto “massiccio” di titoli di Stato, qualora si traducesse in fatti, partorirebbe comunque il topolino della deflazione.

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Gli economisti ormai sanno che l’economia non funziona come pensava Milton Friedman negli anni 60: non è la moneta “stampata” a influenzare l’attività economica, ma quella spesa. Nell’Eurosistema, ingessato da regole assurde, famiglie e imprese hanno paura di spendere, e le banche di erogare credito. A parte chiudere, la Bce non può farci nulla.

Scontato anche il fallimento di Matteo Renzi: la ripresa italiana sarà stentata e la deflazione renderà chimerico l’obiettivo del 3 per cento del rapporto tra deficit e Pil. D’altra parte cosa vuoi che accada, se in una crisi di domanda fai politiche di offerta, come il Jobs Act, il cui unico scopo è quello di contenere il costo del lavoro (cioè i soldi immessi nell’economia attraverso le retribuzioni)? Il collasso è inevitabile.

Potrebbe invece andare avanti il Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnership), il negoziato ultrasegreto fra Stati Uniti e Commissione europea per la creazione di un’area di libero scambio. Un’edizione riveduta e ampliata del processo di integrazione europea, questa volta con gli Stati Uniti nel ruolo del vaso di ferro, e l’intera Europa (Germania compresa) in quello di vaso di coccio. Le televisioni ci stanno già propinando a reti unificate spot mielosi per convincerci che il vaso di ferro agisce nel nostro interesse. Sta a voi crederci! La nostra unica speranza è che queste previsioni, come quelle di ogni autorevole economista, si rivelino errate: ma, purtroppo per noi, io non sono un autorevole economista. Buon anno e buona fortuna.

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