Nei prossimi mesi la fase di contrazione dell’economia italiana finirà grazie a una lieve ripresa della domanda interna. A prevederlo è l’Istat, in una nota mensile secondo la quale l’inizio del 2015 farà registrare un’inversione di tendenza rispetto agli ultimi quattro anni di ininterrotta recessione. Il dato finalmente positivo, continua l’istituto, andrà però a braccetto con un ulteriore aumento del tasso di disoccupazione rispetto al 13,2% registrato in ottobre. A dispetto dei primi decreti attuativi del Jobs Act, insomma, “le condizioni del mercato del lavoro rimangono difficili”. Da un lato una parte dei lavoratori “scoraggiati” ha ricominciato a cercare un posto, dall’altro chi è già sul mercato sperimenta difficoltà crescenti nel trovare un’occupazione.

L’Italia, spiegano i ricercatori Istat, non può sperare nella spinta propulsiva del petrolio a buon mercato: una settimana fa il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan aveva detto che se il barile rimarrà intorno ai 60 dollari il pil della Penisola salirà dello 0,5%, ma le analisi dell’istituto lo smentiscono chiarendo che il crollo dei prezzi avrà “impatto nullo” per Italia e Germania. Per paradosso il calo delle quotazioni potrebbe avere addirittura effetti negativi, perché accentuerà “le spinte disinflazionistiche, con un impatto negativo sulle aspettative. In questo contesto, i Paesi maggiormente indebitati vedrebbero aumentare il costo reale del debito“.

Tornando all’analisi dell’andamento attuale dell’economia, la nota Istat rileva che negli ultimi tre mesi di quest’anno “l’indicatore composito anticipatore dell’economia italiana confermerebbe una sostanziale stazionarietà della crescita”, dopo che nel terzo trimestre l’attività economica ha continuato a mantenersi debole, con il Pil ancora in flessione (-0,1% su base congiunturale) a seguito dell’accentuarsi della “contrazione del valore aggiunto sia nella manifattura che nelle costruzioni (rispettivamente, -0,6% e -1,1%) ma in presenza di una stazionarietà nel settore dei servizi“.

A livello macroeconomico, rileva poi l’istituto, la situazione rimane frammentata. Tra le grandi economie, gli Stati Uniti sono quelli che manifestano i più decisi segnali di crescita, mentre nell’area euro lo scenario è caratterizzato da lievi segnali di miglioramento. Grazie anche ai bassi livelli del prezzo del petrolio, che limitano i costi di produzione. Non che l’eurozona possa aspettarsi, come risultato, un boom della crescita: l’effetto positivo si limiterà a un +0,1% l’anno prossimo e toccherà lo 0,3% nel 2016, sempre che il barile non torni a rincarare. Per Roma e Berlino, comunque, impatto nullo. A guadagnarci qualcosa saranno solo Francia e Spagna.