I comunisti non mangiano più i bambini, anzi li educano. O meglio questo è quello che tenta di fare Gerard Thomas, l’autore de Il Comunismo spiegato ai bambini capitalisti, stampato per il mercato italiano con incredibile e insperato successo da Clichy, un piccolo editore di Firenze. L’agile libello è una sorta di manuale esplicativo per le giovani e giovanissime generazioni sulla dottrina formulata da Marx ed Engels – ci sono perfino le illustrazioni con neonati in fasce di Alfredo Vullo – ma anche un ricco riassunto per distratti e poco volenterosi adulti traviati dall’ipnosi del capitalismo oggi scambiato spesso con il termine neoliberismo.

Nulla viene escluso e la presenza critica di Pol Pot e Stalin, come minimo, non fa di certo difetto: “Dobbiamo prima di tutto distinguere tra l’idea del comunismo e il modo in cui, quasi sempre, il comunismo si è trasformato in organizzazione politica 

Così se l’aggettivazione richiama continuamente una semplificazione dicotomica dei concetti più propria del mondo delle favole (“le conseguenze non furono tanto belle”, “accadevano cose strane”, e via dicendo) è dal punto di vista teorico che, con le dovute altrettante semplificazioni dovute alla categoria del “manuale”, vengono aggregati pensatori sui generis e precoci agitprop riannodando i fili dell’idea comunista andando indietro nei secoli. Si parte dal pressoché dimenticato regno sumero di Ur-Nammu (XXII-XXI secolo avanti Cristo), alla Comune di Parigi del 1871 (“uno dei più grandi momenti della storia del comunismo”) fino alle propaggini sessantottine del secolo scorso (“fu una rivoluzione, ma non fu una rivoluzione capace di cambiare le strutture politiche nei paesi nei quali si manifestò”). Nulla viene escluso e la presenza critica di Pol Pot e Stalin, come minimo, non fa di certo difetto: “Dobbiamo prima di tutto distinguere tra l’idea del comunismo e il modo in cui, quasi sempre, il comunismo si è trasformato in organizzazione politica. Anche se le idee comuniste sembravano puntare alla felicità degli esseri umani e alla giustizia dei rapporti tra di loro, in realtà le forme assunte dal potere comunista solo molto di rado hanno avuto questi obiettivi”, si legge nelle conclusioni del libro.

“Sulla nostra pagina Facebook siamo stati sommersi dagli insulti: “come potete parlar bene del comunismo?”, spiega al fattoquotidiano.it il direttore editoriale di Clichy, Tommaso Gurrieri. “In realtà noi facciamo i nostri distinguo nel libro” 

Come, allo stesso modo, per far capire ai bambini l’assunto base del manuale si spiega così nell’introduzione: “Il comunismo è un modo di stare insieme più naturale del capitalismo. Infatti molto spesso i bambini capitalisti prima di diventare capitalisti per un certo periodo sono stati comunisti. Poi i loro genitori, a volte anche senza volerlo, e poi la scuola, gli amici, il lavoro e tutto quello che hanno intorno li convince che il comunismo è sbagliato e che bisogna essere capitalisti”. “Sulla nostra pagina Facebook siamo stati sommersi dagli insulti: “come potete parlar bene del comunismo?”, spiega al fattoquotidiano.it il direttore editoriale di Clichy, Tommaso Gurrieri. “In realtà noi facciamo i nostri distinguo nel libro e parliamo di comunismo inteso come utopia, prospettiva, obiettivo ideale”.

Mistero fittissimo attorno all’autore, modello Elena Ferrante o Luther Blissett, classe ’66, di cui sul web non si trova nulla se non qualche omonimia con giornalisti e documentaristi francesi 

Quasi 10mila le copie vendute in Italia dopo pochi mesi dall’uscita, siamo alla quinta ristampa, e due traduzioni pronte per il mercato tedesco e greco:“Trovammo questo libro autoprodotto su una bancarella del lungo Senna a Parigi – continua Gurrieri – Contattammo la sorella di Thomas che abita in Svizzera e scoprimmo che aveva pubblicato in gran segreto altri libri, come quello sull’anarchia che è appena uscito con Clichy. Purtroppo Gerard vive alle isole Marchesi in Polinesia e non rilascia interviste o dichiarazioni”. Mistero fittissimo attorno all’autore, modello Elena Ferrante o Luther Blissett, classe ’66, di cui sul web non si trova nulla se non qualche omonimia con giornalisti e documentaristi francesi. L’importante per la “causa”, però, è che il libercolo su una “storia avventurosa e anche un po’ paurosa” scavi in profondità recuperando curiosamente tracce abnormi di comunismo dentro alla cristianità (Gesù, e va bene, ma ci sono anche Francesco d’Assisi, John Wyclif e Jan Hus al rogo da eretico – sapevatelo) e delineando l’unico tentativo geografico di realizzazione “egualitaria” attuale, il Sudamerica: “L’unico luogo in cui si sta cercando di trovare, tra mille difficoltà ma in forme pacifiche e democratiche, gli strumenti (…) capaci di controllare e indirizzare il capitalismo e di consentire una minima uguaglianza. Non è certo il comunismo, ma non è neanche, il definitivo trionfo del capitalismo”.