Matteo Renzi ha detto testualmente a proposito dello scenario che emerge dalle parole dei protagonisti di Mafia capitale Questo sistema mi fa schifo” facendosi interprete, come sa fare molto bene, dello stato d’animo diffuso e prevalente.

Poi ha sottolineato, riferendosi evidentemente al ministro Poletti al quale ha rinnovato la propria stima, che “prendere tangenti non è la stessa cosa che fare foto a cena” e ha aggiunto che si deve fare pulizia e  la magistratura deve fare in fretta.

La questione che gli è sfuggita è quella che nel Pd ha colto in quasi totale solitudine la presidente della Commissione Antimafia Rosy Bindi: un partito che dicenon ce n’eravamo accorti deve chiarire perché arrivino sempre prima i magistrati”.

Semmai, bisognerebbe suggerire a Renzi che da troppo tempo, scandalo dopo scandalo, a Milano e a Venezia come a Roma il problema è piuttosto “la velocità” della magistratura rispetto la politica.

E sempre per citare un “ferro vecchio” come Rosy Bindi la domanda che dovrebbe scuotere il Pd “rinnovato” del grande rottamatore è come e perché ” i Buzzi si avvicinino al partito” e soprattutto, aggiungerei, come riescano agevolmente diventare sotto l’ombrello del Pd dei veri plenipotenziari del malaffare organizzato in holding o perché “i Di Stefano siano coordinatori dei tavoli tematici alla Leopolda”. Su queste domande fondamentali il presidente del Consiglio, nonché segretario del Pd che con piglio decisionista ha commissariato il partito a Roma, mettendolo nelle mani del romano Matteo Orfini, che non ha mai visto nulla o si è distratto, non sembra che abbia voglia di soffermarsi.

Quanto al “galantuomo” Poletti, la presidente della Commissione  Antimafia ha auspicato “un contributo perché anche le coop rosse chiariscano” anche perché da Tangentopoli in poi la teoria del “mariuolo” di craxiana memoria, oltre che confliggere con la realtà non è stata provvidenziale per chi l’ha sostenuta contro ogni evidenza.

Invece incredibilmente, dopo oltre un ventennio in cui dalla “Milano da bere” siamo arrivati alla Roma sbranata da una cupola trasversale, sono sempre “le mele marce” la foglia di fico ricorrente.

Purtroppo anche uno inviso alla cricca mafiosa come Ignazio Marino per non riconoscere la fragilità della sua posizione davanti ai livelli di compromissione della sua amministrazione, si è schermato con questa infelice definizione.

E l’ha fatto dopo aver negato di aver mai incontrato il collettore fidato di Massimo Carminati, l’onnipresente e onnipotente factotum Salvatore Buzzi che è sempre con tutti e controlla tutto e soprattutto spiega in modo molto esaustivo perché il suo dominus è intoccabile: perché  “grazie” a  Finmeccanica portava i bustoni a tutti. E Buzzi, che non era un marziano nel Pd poteva contare su molti “amici suoi” in Parlamento. Come la giovane deputata del Pd Micaela Campana in Commissione Giustizia sulla quale confidava molto per avversare il magistrato del Tar che aveva osato sfavorire la sua benemerita cooperativa per il servizio richiedenti asilo di Castelnuovo di Porto.

Marino l’ha incontrato durante la campagna elettorale e ha ricevuto dalla sua cooperativa un finanziamento; Poletti si è intrattenuto con lui e con altri della cricca quando era presidente della Lega delle Coop;  Renzi l’ha avuto come ospite pagante in compagnia di suoi qualificati sodali nella cena del 7 novembre all’Eur per finanziare il Pd; ma anche la supervotata Simona Bonafé l’ha incontrato in campagna elettorale e molto piccata ha risposto che non ha nulla da giustificare.

Tutti nel Pd sono più o meno, “schifati”, “agghiacciati”, “inorriditi”; in tanti si sono intrattenuti con lui e hanno preso soldi anche se in modo trasparente (fino a prova contraria) da un operoso cooperativo come Salvatore Buzzi; qualche deputato/a che lo salutava con “bacio, grande capo” (come scrive il Corriere della Sera) si è attivato per spianargli la strada dagli odiosi ostacoli burocratici.

Ma questo non è più il momento soprattutto per chi ha responsabilità politiche e istituzionali ai massimi livelli, nel paese come nella capitale, cioè per Renzi e per Marino, a cui il Pd si aggrappa in extremis, di cavarsela con l’ostentazione del disgusto per la corruzione e con l’orgoglio di essere italiani   e/o romani perbene.