Niente Napolitano, e questo si sapeva da un po’; niente Renzi, forfait dell’ultima ora, con lettera di scuse scritta a mano al sovrintendente Alexander Pereira. Non succedeva dagli anni Sessanta che una prima della Scala fosse orfana sia del Presidente della Repubblica che di quello del Consiglio. Se fosse mancata anche Valeria Marini insieme ai suoi proverbiali abiti di lamé, il Fidelio che il 7 dicembre alle 18 va in scena alla Scala rischiava di passare agli annali come una delle inaugurazioni scaligere più povera di certezze; ma gli amici si vedono nel momento del bisogno e così Valeriona ha fatto sapere che lei, sì, ci sarà, specificando che il suo abito sarà firmato John Richmond.

A quanto pare, l’elenco degli ospiti istituzionali presenti nel palco reale si riduce al Presidente del Senato Piero Grasso e al ministro della Cultura Dario Franceschini, cui bisogna aggiungere il governatore della Lombardia Roberto Maroni e il sindaco Giuliano Pisapia. Anche in platea fasti ridotti, se si esclude lo zoccolo duro della finanza melomane: Mario Monti in compagnia del direttore del Fondo Monetario Internazionale Christine Lagarde, e poi Giovanni Bazoli, Corrado Passera, Giorgio Squinzi.

Pochi lustrini dal mondo della moda e dello spettacolo; oltre all’“istituzione” Marini, annunciati Giorgio Armani, Mara Venier, Alfonso Signorini, Roberto Bolle, Eva Riccobono.
Come si spiega questa magra all’ombra dell’albero di Natale, piazzato per la prima volta nel foyer del teatro? Non certo con ragioni strettamente musicali; o forse sì. Questa rischia di essere una prima fin troppo di qualità, almeno sulla carta: “l’ultima prima” ideata dall’ex sovrintendente Stèphane Lissner (che domani sarà in platea a sua volta), ma anche del direttore musicale uscente Daniel Barenboim; ma è al tempo stesso la “prima prima” di Alexander Pereira (molti giurano anche l’ultima).

Fidelio è un’opera di grande raffinatezza, molto colta ma non molto eseguita e ancor meno conosciuta; è vero che si può fingere senta troppi problemi di conoscerla (tanto non la conosce nessuno), ma forse è meglio non rischiare. Tanto più che l’ambientazione carceraria e la regia di Deborah Warner, che trasporta l’azione ai nostri giorni, aumentano i rischi di imbarazzo: la storia di un innocente incarcerato ingiustamente non è il massimo della tempestività, per un Paese mai così gremito di corrotti a piede libero.

Tra le tradizioni intramontabili della prima della Scala c’è anche quella dei cortei e delle contestazioni, e anche quest’anno i rischi non mancano: è vero che il simbolo dell’opulenza meneghina si è pesantemente offuscato, ma la tensione sociale in città è più che mai alle stelle. I gruppi antagonisti e i comitati antisfratto abbiano lanciato una mobilitazione online per coordinare la loro presenza in piazza; dal suo canto, la questura fa sapere di avere mobilitato centinaia agenti per le misure di sicurezza (tiratori scelti inclusi).

In questa che sarà la prima più delocalizzata di sempre, con megaschermi sparsi un po’ dappertutto in città, forse il luogo più appropriato per godere della grandezza dell’opera di Beethoven potrebbe essere il carcere di San Vittore, dove a vedere in streaming il Fidelio con i detenuti arriveranno una trentina di invitati scelti, tra cui Umberto Veronesi, l’ex ministro Anna Maria Cancellieri e l’architetto Italo Rota. Non fatelo sapere alla Marini.