“Sono arrivato in Europa per denunciare il governo brasiliano, per raccontare le condizioni in cui vive il mio popolo”. Eliseu Lopez è un capo Guaranì e un attivista, arriva dallo Stato brasiliano del Mato Grosso do Sul, la sua voce è calma e determinata: non si può più tacere, quello che accade in Brasile deve essere raccontato. Il racconto è quello di un popolo indigeno originario che ha perso i suoi territori ancestrali. Degli antichi territori abitati dai Guaranì-Kaiowà del Brasile, non è rimasto quasi nulla. Da anni vivono in riserve, troppo piccole per permettere loro di svolgere le attività tradizionali. “Non possiamo più prenderci cura dei nostri fiumi, della nostra natura e dei nostri animali, tutto il nostro mondo sta scomparendo”. Eliseu pesa le parole e la stessa intonazione della sua voce fa intendere la gravità della situazione in cui si trova il suo popolo.

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Gli indios vivono lungo le strade che attraversano quella che, una volta, era foresta. Le terre dei Guaranì sono occupate dai grandi allevamenti di bovini, la cui carne consumiamo in Europa e da estensioni senza fine di canna da zucchero, da cui si estrae l’etanolo, un biocarburante. Molti indigeni, privati delle loro terre, lavorano nei campi di canna da zucchero. Eliseu racconta che persino i bambini e gli adolescenti vengono impiegati nelle coltivazioni, per ricevere un misero compenso che contribuisce al sostentamento della famiglia. Nelle riserve, infatti, non c’è abbastanza spazio per permettere ai Guaranì di produrre il cibo tradizionale. “L’unico modo per sopravvivere è lavorare nelle piantagioni, le stesse che occupano i nostri territori ancestrali”, racconta Eliseu.

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“Abitiamo sul confine tra Paraguay e il Brasile – spiega – viviamo in una situazione di grandi violenze, siamo minacciati di morte, tutto questo a causa della perdita della nostra terra. Lottiamo per riconquistare la nostra terra e le nostre risorse alimentari”. Eliseu non è solo un capo Guaranì è anche un rappresentante del movimento Atiguasù Guaranì, che conta 47mila Guaranì Kaiowà. La sua comunità da anni lotta per la demarcazione delle terre e lui stesso è testimone delle condizioni di sofferenza in cui si trovano gli indios: bambini che soffrono di malnutrizione, leader che vengono uccisi e molte persone che perdono la vita. L’accusa verso il Brasile è diretta: “Il governo non fa nulla, per questo abbiamo deciso di lavorare per la demarcazione e la rioccupazione dei nostri territori”. Le difficili condizioni di vita toccano soprattutto i giovani. Molti di loro arrivano al suicidio perché non riescono a vedere spiragli di speranza nel clima di violenza e di terrore in cui vivono le comunità e sono stritolati dalla mancanza di terra e di lavoro. Secondo uno studio, diffuso dal movimento Survival International, negli ultimi 13 anni si è suicidato almeno un Guaranì alla settimana.

La lotta di questo popolo avviene attraverso la “retomada” la rioccupazione di alcune delle terre ancestrali. Si tratta delle terre che appartenevano agli antenati. Lo Stato ha riconosciuto ufficialmente 36 territori, che dovrebbero tornare nelle mani degli indios. Questo processo però, di fatto, è bloccato da lobby potenti: “Spesso i politici, lo Stato e i fazenderos dicono che stiamo invadendo quelle terre, ma non è così, le rioccupiamo perché ci appartenevano”, spiega Eliseu mentre ricorda uno dei motivi che spingono i Guaranì alla ricerca delle terre ancestrali: quello di proteggere la natura, la foresta, i fiumi, gli animali e i rimedi tradizionali.

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