“Oggi l’articolo 18 è solo un simbolo, un totem ideologico, inutile stare adesso a discutere se abolirlo o meno”. Così parlava Matteo Renzi il 12 agosto scorso, su Rai3, per rassicurare chi temeva l’ennesimo “autunno caldo”. E poi cosa è successo? Renzi è rimasto convinto che l’articolo 18 sul reintegro dei licenziati senza giusta causa abbia una valenza soltanto simbolica. Ma da questa consapevolezza ha tratto una conclusione opposta a quella estiva: il governo ha bisogno dello scontro sempre più forte con i sindacati e anche delle piazze piene di manifestanti.

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“Per trasformare l’Italia in una economia moderna e competitiva serve una agenda di riforme ampia e il governo Renzi è sulla palla, con un impressionante pacchetto di riforme”, ha scritto domenica scorsa il capo economista globale di Unicredit Erik Nielsen nella sua seguitissima analisi settimanale. Nielsen difende il Jobs Act dai “naysayers” (i gufi, direbbe Renzi) che vedono nel compromesso con la minoranza Pd sul reintegro per gli ingiusti licenziamenti disciplinari un cedimento.

Gli economisti delle banche che spiegano l’Italia agli investitori che determinano l’andamento della Borsa, il prezzo degli interessi sul debito pubblico e, in parte, le prospettive della nostra economia, hanno un approccio schematico. Vedono un Paese che è in recessione, col Pil 2014 a -0,4 e quello 2015 che, se va bene, sarà +0,5. Un debito pubblico enorme sopra il 133 per cento del Pil e una produttività dei lavoratori bassa. I problemi citati sono sempre due: la lentezza della giustizia civile e un mercato del lavoro che non funziona.

Nella lettura semplificata che presentano ai clienti nei loro report, Renzi è un premier che finalmente sta affrontando questi nodi in modo coraggioso, come dimostrano le proteste di piazza dei sindacati che manifestano per difendere lo status quo, l’Italia come la Germania di dieci anni fa ai tempi delle riforme Hartz. Questa l’analisi di Royal Bank of Scotland del 18 novembre: “Renzi sta spingendo con decisione le riforme” e ha anche “ottenuto l’approvazione del cruciale Jobs Act per riformare il mercato del lavoro”. Appena più cauto il Credit Suisse, il 6 novembre: “In Italia l’area chiave da riformare nel breve termine è il mercato del lavoro dove il premier ha ottenuto il consenso per una vasta gamma di proposte inclusa l’estensione dei sussidi disoccupazione, il taglio del numero dei contratti a termine e una riduzione della protezione dei lavoratori a tempo indeterminato (articolo 18)”. E tutto questo, cioè l’approvazione di misure così controverse, avviene senza apparenti ripercussioni sul sostegno al premier: secondo i sondaggi diffusi ieri da Ixé, il Pd ha ancora il 38,2 per cento dei consensi, nonostante le sempre più frequenti contestazioni al premier lascerebbero pensare a un calo ben più drastico dal 40,1 di giugno.   

Nei report delle banche non si legge mai che il Jobs Act è soltanto una legge delega, che i tempi reali di applicazione sono assai incerti (esiste già una delega sul fisco, per esempio, ma l’esecutivo non ha mai emanato decreti delegati), che tutti i dettagli che dovrebbero certificare lo spirito riformatore di Renzi sono ancora incerti e il loro impatto economico ancora di più. Soltanto Goldman Sachs, che pure è positiva sul governo, si concede un invito alla prudenza. In una analisi diffusa ieri scrive che le riforme di Renzi dovrebbero spingere il Pil ma “se fallisce la loro applicazione o si rivela deludente, la crescita in Italia potrebbe rimanere sclerotica” (nel senso di asfittica).

Non si leggono molti numeri sull’impatto del Jobs Act. Quella di Renzi è un’operazione tutta di simboli e i sindacati si stanno comportando secondo il copione immaginato dal premier. L’operazione di immagine fuori dall’Italia sta funzionando. Il bilancio interno, tra scioperi, tensioni e delusioni crescenti, è molto meno esaltante.   

Twitter: @stefanofeltri