Un film coraggioso. Perché ci vuole coraggio a contraddire un mostro sacro della settima arte quale Alfred Hitchock: “Il cinema è la vita senza le parti noiose”. Ebbene, senza queste parti noiose Hunger Games semplicemente non esisterebbe. All’uopo, la migliore recensione possibile la fornisce la compianta Sandra Mondaini, che scalciava le lenzuola al ritmo di “Che noia, che barba, che barba, che noia!”. Non lo confesserebbe nessuno, per carità, ma il ritornello echeggia anche in Casa Lawrence, intesi come la protagonista Jennifer e il regista Francis (nessuna parentela). Eppure, il peccato originale non è il loro, va ascritto a Harry Potter: prima con il maghetto, poi con Twilight, gli avidi produttori decisero di tagliare in due parti l’ultimo capitolo delle rispettive saghe. I risultati sono ancora negli occhi assonnati di tutti, e Hunger Games non fa eccezione: un trailer iper-esteso per 123 minuti, un sequel non autorizzato di Aspettando Godot, quel che volete, ma non è un film. Eppure, c’è da capirli i produttori (Lionsgate): i due precedenti con Katniss Everdeen hanno fatto un miliardo e mezzo di dollari in tutto il mondo, come non allungare la brodaglia? Insomma, affacciatevi in sala solo se siete fan senza se e ma, per il resto guardatevi il trailer (quello vero) e attendete la conclusione l’anno prossimo. Più che il canto della rivolta (ma come si può dividere una rivolta in primo e secondo tempo?) è la nenia dell’indisposizione: Jennifer si esibisce a cappella, il popolo segue, e sembrano i fratelli perduti dei Neri per caso. Sullo schermo, la trasposizione dimezzata dell’ultimo libro di Suzanne Collins, Mockingjay, ovvero l’intraducibile ghiandaia imitatrice, è riassumibile in una parola: training. Per due ore buone Katniss viene allenata mente e corpo dai ribelli affinché divenga la front-woman della loro propaganda anti Capitol: ce la farà? Diciamo che l’azione è tutta in platea: tra accavallamenti e scavallamenti, cambi di posizione, sbadigli e occhiate all’orologio, l’esperienza cinematografica si scopre meno sedentaria del previsto.

Già non tutte le ghiandaie imitatrici vengono per nuocere, e i motivi per andarlo a vedere nonostante tutto non latitano. In primis, è l’ennesimo ultimo film, e “dedicato a”, dello scomparso Philip Seymour Hoffman, un Attore che lo uccideresti per come è finito. Ancora, offre la possibilità di vedere Woody Harrelson (Haymitch) incredibilmente sobrio e ritrovare la Paola Ferrari della Domenica sportiva che fu in sala: complice il parrucco, la somiglianza con Julianne Moore (Alma Coin, la presidente dei ribelli) è sorprendente, di più, inquietante. Inoltre, con l’unica azione bellica della sua tremebonda rivolta Jennifer Lawrence non solo annulla la già generosa equazione One Shot One Kill (1993, regia di Luis Llosa, con Tom Berenger), ma fa impallidire persino l’inarrivabile Rambo: scaglia una freccia e abbatte due aerei governativi. Wow. Se Donald Sutherland si conferma interprete magistrale (scopriamo perché il suo Presidente Snow si circonda di rose …), i punti di interesse principali stanno altrove: come si costruisce un’icona antisistema, ossia, quanto è libero il ribelle? Poco, pochissimo, si direbbe, e le ragioni del cuore – l’amorino tra Katniss e Peeta – procurano altri legacci. Ma questo penultimo Hunger Games rimbalza anche sulla cronaca geopolitica: è difficile non trovare contingenze, congruenze tra la costruzione dell’immagine della Ghiandaia imitatrice Katniss Everdeen e la costruzione dell’immagine dell’Isis a colpi di clippini truculenti mandati in Rete. C’è un’unica differenza: qui non ci sono decapitazioni, e le esecuzioni sommarie e il lavaggio del cervello sono di mano governativa. Eppure, come i jihadisti venuti dall’Occidente, il nemico è uno di noi.

il Fatto Quotidiano, 20 Novembre 2014