Il rimpallo di responsabilità in questi giorni di maltempo sul dissesto idrogeologico tra Presidente del Consiglio Renzi e le Regioni non è altro che un teatrino, visto che si sono già messi d’accordo per aggirare le direttive comunitarie. Sono stati infatti prorogati i fallimentari Accordi di programma del 2010 tra Stato e Regioni e il Governo ha recentemente nominato proprio i Governatori regionali come Commissari regionali contro il dissesto idrogeologico.

In realtà c’è un’ “Europa” che potrebbe salvarci perché ci ha fornito uno strumento prezioso, le Direttive “acque” e alluvioni” con cui ha chiesto da anni a tutti i Paesi membri di avviare un serio governo delle acque e di definire dei piani di gestione per il rischio alluvionale; queste che ci “obbligherebbero” a istituire le Autorità di distretto per avviare una pianificazione a livello di bacino idrografico, l’unica unità territoriale riconosciuta come adeguata per far fronte alla riduzione del rischio idrogeologico e coordinare serie politiche di gestione dell’acqua.

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Che cosa ha fatto l’Italia, oltre a collezionare richiami dalla Commissione Europea, in questi 14 anni dalla Direttiva quadro acque? Quasi nulla, anzi ha provveduto a delegittimare completamente le Autorità di bacino nazionali (Po, Arno, Alto Adriatico, Tevere, Liri Garigliano…) relegate ormai al ruolo di “uffici tecnici” per il Governo o le Regioni affidandosi prima a “cabine di regia” inaugurate in occasione della siccità del 2003 e presiedute dalla allora onnipotente Protezione civile per poi, nel 2010, stilare accordi di programma direttamente con le Regioni per la gestione dell’emergenza idrogeologica. Accordi di programma che prevedono che i Governatori regionali siano i Commissari per il dissesto idrogeologico. Così per la Liguria il Commissario straordinario è l’On. Burlando, il Governatore regionale, lo stesso che con le sue Giunte ha portato avanti leggi per la riduzione delle fasce di inedificabilità lungo i fiumi, denunciate dal WWF già nel 2011 (Per approfondire http://www.wwf.it/acque).

Il Governo Renzi ha varato una Unità di Missione per il dissesto idrogeologico e il suo coordinatore, Erasmo D’Angelis, ha annunciato che “entro la fine del 2014 apriranno altri 650 cantieri per opere di sicurezza per 800 milioni di euro. Ciò sarebbe stato possibile liberando risorse di Comuni e Regioni. Infatti, sbloccando parte del Patto di Stabilità, ha continuato, “abbiamo aperto da giugno a oggi 207 cantieri per 254 milioni che erano incagliati” e “ne apriremo entro la fine dell’anno altri 448 per quasi 600 milioni di appalti e altri 659 cantieri per un miliardo e 69 milioni entro i primi mesi del 2015”. Inoltre, ha annunciato la presentazione di un “Piano nazionale di prevenzione”. Questo Piano non è altro che un elenco di  progetti indicati dalle Regioni non necessariamente prioritari a livello di bacino e comunque tutto ciò è ben lontano da quello che l’Europa richiede: raggiungere il “buono stato ecologico” dei nostri fiumi entro il 2015 e redigere seri Piani per il rischio alluvionale (e molto altro ovviamente).

Quindi da una parte ci sono le Autorità di bacino (che dovrebbero essere convertite in Autorità di distretto dal 2006!) che redigeranno i piani da presentare all’Europa, dove saranno individuate le aree a rischio (quando c’erano già nei Piani di assetto idrogeologici approvati da anni!), le zone di indeficabilità, gli interventi prioritari a livello di bacino, dall’altra c’è Renzi con la sua Unità di missione e gli Accordi di programma con le Regioni che sembra fare tutt’altro; non si capisce, infatti, come si conciliano le due cose e anche ai recenti Stati generali contro il dissesto idrogeologico, tenutisi a Roma l’11 novembre scorso, nessuno dei relatori istituzionali, presi a giustificare lo sblocca progetti, ha citato le direttive europee pur richiamando l’Europa per i 5 miliardi richiesti dai Fondi strutturali!

Sia ben chiaro ci sono molti interventi necessari e urgenti (sul Seveso, sul Tagliamento, l’Arno…), ma avendo le Regioni  individuato le liste prioritarie secondo le rispettive realtà ci sono interventi che possono causare effetti “collaterali” non graditi alle Regioni vicine, come ad esempio la ricalibratura delle arginature del Tagliamento in sinistra proposto dal Friuli che, in caso di piena rilevante, comporterebbe senz’altro effetti nella sponda destra (Veneto). Inoltre in modo un po’ demagogico si parla di “semplificare” e di superare quella “burocrazia” che ha ci ha “incagliato” “facendoci perdere 20 anni” impedendo la realizzazione dei progetti: è vero ci sono molti interventi fermi per le diffuse incapacità, complicità e inerzie amministrative, ma molti altri sono fermi perché fatti male o perché non sono state rispettate tutte le procedure di tutela ambientale. Preoccupazione, quest’ultima, alimentata dal fatto che direttamente coinvolti nei progetti  di “Italia sicura” ci sono 140 Siti d’Importanza Comunitaria tutelati dalla Direttiva “Habitat” e 78 Zone di Protezione Speciale, tutelati dalla Direttiva “Uccelli” quando proprio la tutela dell’ambiente è la base per cercare di garantire o ripristinare le naturali capacità di risposta del territorio agli eventi meteorologici sempre più estremi.

Quindi, se da un lato c’è l’urgenza di intervenire, di ridare fiducia a istituzioni che comunque continuano a permettere un consumo di suolo di oltre 90 ha al giorno, dall’altro c’è la necessità di non fare altri danni e garantire sicurezza alla popolazione. Per questo, quanto previsto dall’Unità di Missione deve passare al vaglio dei Piani di assetto idrogeologico (in attesa di quelli per il rischio alluvionale) già redatti dalle Autorità di bacino che, se rispettati, ad esempio, avrebbero permesso di ridurre già parecchi danni in Sardegna dove dal 2006 erano state segnalate le cause principali di possibile esondazione con l’individuazione di 1055 casi di pericolosità puntuale.

L’Unità di missione può svolgere un buon lavoro solo se “sblocca” gli interventi prioritari e favorisce il rispetto delle normative europee.

E’ urgente quindi promuovere la riforma della governance della difesa del suolo, istituendo le Autorità di distretto riformandone la composizione e i ruoli, prevedendo i necessari strumenti e dotazioni, adeguati per la compiuta attuazione delle Direttive comunitarie, ridando centralità al bacino idrografico.

Andrea Agapito Ludovici
Responsabile Acque WWF Italia