La Liguria muore sotto i nostri occhi. Ma salvarla si può: basterebbe che il governo decidesse di investire mezzo miliardo per la bonifica del territorio di tutta la regione invece di spendere in opere di dubbia utilità, se non dannose: il Terzo Valico (per cui sono stati stanziati altri 400 milioni con lo Sblocca Italia), le altre opere del Tav (con costi lievitati del 160 %) o l’autostrada Mestre-Orte (voluta da Vito Bonsignore, politico di centrodestra con amici nel centrosinistra). Con un decimo degli investimenti previsti per queste opere si salverebbe una regione e si eviterebbero altri morti.

Intanto si assiste passivamente alle alluvioni: nel 2012 le Cinque Terre e Genova, nel 2014 ancora Genova e Chiavari. Ormai quasi una all’anno, in ogni parte della Liguria. Ma che cosa sta succedendo a una delle regioni più belle d’Italia, una delle prime a contribuire all’Unità del Paese e alla Resistenza? Certo, le bombe d’acqua, le precipitazioni tropicali. Troppo facile dare tutta la colpa al cielo. Non piove solo in Liguria. Le cause sono prima di tutto umane. E hanno un nome: distruzione e abbandono del territorio. Anche se ci sono differenze da luogo a luogo. Partiamo da Chiavari, dalla Val Fontanabuona travolta ieri dal fango. In due ore sarebbero caduti 285 millimetri d’acqua. Tanti, ma gli abitanti di Leivi, dove sono morte due persone, ricordano: “Ha piovuto molto, ma in passato era anche peggio”. Il punto è che nell’entroterra ligure la terra non trattiene più l’acqua. In un attimo si riempie, si gonfia. Esplode. Perché prima non succedeva? Basta risalire la valle e guardare i rilievi: ecco decine di chilometri di muretti a secco. La “grande muraglia ligure” l’ha definita qualcuno. È l’eredità della cultura contadina che per secoli ha conquistato i pendii trasformandoli in terra da coltivare. Metro per metro, una fatica immane. Davano sopravvivenza alla gente e stabilità ai rilievi. Oggi buona parte sono in malora. E lasciano scivolare a valle acqua e terra. Ecco le frane, i fiumi che in pochi minuti ricevono migliaia di metri cubi di fango e lo portano a valle. A Chiavari.

Difficile rimediare, ma possibile. Bisogna investire nel recupero dell’entroterra; in Sardegna la giunta Soru aveva previsto 200 milioni per riportare la vita nei paesi lontani dalla costa. Significherebbe lavoro e turismo. La Fontanabuona come le Cinque Terre. Come la val di Vara. Ma a Levante ci si è messo anche altro: il cemento, quella fame che ha divorato politici liguri di ogni colore e tanti imprenditori. A Monterosso mentre si cercavano i morti dell’alluvione del 2012, le ruspe costruivano un enorme silos per auto che imbrigliava la collina nel cemento. A Brugnato, in Val di Vara, si è deciso di costruire un centro commerciale con tanti sponsor nel centrosinistra regionale. Peccato che lo stesso assessore all’Ambiente della Regione, Renata Briano, avesse detto: “È in zona rossa, a rischio esondazioni”. Ieri il fiume si è fermato a pochi centimetri dal disastro. Cemento, cemento. Come a Sanremo, dove una zona di 72 ettari definita “frana attiva” dai geologi divenne d’improvviso edificabile. Bastò un voto notturno, alle 22: 03 del 21 gennaio 2008, con l’accordo di centrosinistra e centrodestra. Così in Liguria si risolvono i problemi idrogeologici. Esemplare la frase di un consigliere comunale: “Io voto sì, ma da quelle parti i bambini non ce li porto nemmeno a giocare a palla”. In Liguria la terra ormai è marcia. Forse non solo la terra. Alla fine c’è Genova. E tutti a puntare il dito sull’urbanizzazione disordinata degli anni ’ 60 e ’ 70. Con l’acqua che cade sul cemento e in cinque minuti è a valle. E porta morte.

Ma il presente? Servono 200 milioni per lo scolmatore del Bisagno, ma lo Stato preferisce investire centinaia di milioni in operazioni immobiliari come gli Erzelli, care al centrosinistra, e perfino a Giorgio Napolitano. Tutti a cercare le cause delle alluvioni, a puntare i satelliti sulle nuvole. Ma bisognerebbe guardare in basso. Guardarci noi.

il Fatto Quotidiano, 12 Novembre 2014