Il peso delle sanzioni occidentali si fa sentire anche sui conti di Gazprom. Secondo il quotidiano Vedomosti, il gruppo pubblico russo del gas naturale guidato da Aleksej Miller potrebbe essere costretto a chiedere soldi in prestito allo Stato. Come lo scorso agosto ha già fatto la compagnia petrolifera Rosneft, che ha battuto cassa a Mosca chiedendo un aiuto da 42 miliardi di dollari. In un articolo intitolato “Miller e Sechin (rispettivamente numeri uno di Gazprom e Rosneft, ndr) hanno gli stessi soldi”, Vedomosti spiega che la Cina, probabilmente proprio per il clima di incertezza creato dalle sanzioni, ha congelato il pagamento anticipato di 25 miliardi di dollari che avrebbe dovuto finanziare in parte la costruzione del gasdotto Power of Siberia. L’anticipo era previsto dal contratto da 400 miliardi di dollari per le forniture di metano russo firmato da Pechino e Mosca a maggio. Ma ora i rubinetti si sono chiusi. Questo nonostante i rapporti con la Repubblica popolare siano sempre più stretti, come dimostra l’accordo sottoscritto lunedì da Gazprom e Chinese National Petroleum Corporation durante il vertice Apec in corso nella capitale cinese.

Miller, già alle strette dall’aumento dei costi del gasdotto South Stream e dai tentennamenti del socio italiano Eni tentato di sfilarsi dall’investimento, ostenta tranquillità. E spiega che “il fatto di ricevere un pagamento anticipato non è più in agenda” e che comunque il gruppo è in grado di portare avanti il progetto con fondi propri. Ma il quotidiano economico non è d’accordo. Anzi, riferisce che un funzionario federale ha detto al giornale che Gazprom potrebbe ricevere aiuti statali presi dal fondo nazionale per il welfare, quello che finanzia il sistema pensionistico del Paese. Peccato che a fine ottobre il ministro delle Finanze Anton Siluanov abbia disatteso le aspettative dei gruppi dell’energia, informando il Parlamento che Rosneft può sperare di incassare al massimo 3,9 miliardi di dollari rispetto agli oltre 40 richiesti. Gran parte delle risorse del National welfare plan, infatti, sono già impegnate.

Le difficoltà dei grandi gruppi degli idrocarburi si inseriscono in un quadro di deterioramento delle prospettive economiche del Paese. Proprio lunedì la banca centrale di Russia ha tagliato a zero le sue previsioni sulla crescita del Pil nel 2015. Intanto continua il crollo del valore del rublo su euro e dollaro. La moneta unica europea ha superato i 57 rubli e la valuta statunitense è scambiata a 45,6. Di recente la banca centrale, nel tentativo di frenare la discesa, ha alzato il tasso di interesse di riferimento dall’8 al 9,5%, per ora con scarsi risultati.