Il colosso russo del petrolio e del gas Rosneft ha chiesto un “aiutino” al governo di Mosca: 42 miliardi di dollari, circa 31,4 miliardi di euro. A scriverlo è il Financial Times, spiegando che la compagnia di Stato è in difficoltà a causa delle sanzioni inflitte dagli Stati Uniti in scia alla crisi ucraina. Per questo il suo presidente Igor Sechin, detto “lo zar del petrolio”, ha scritto una lettera al Cremlino presentando il conto. La proposta, rivelata dal quotidiano Vedomosti,  è di prelevare l’equivalente di 1.500 miliardi di rubli dal fondo nazionale per il welfare, che finanzia il sistema pensionistico del Paese, e utilizzarli per comprare una parte del debito di Rosneft. A causa del giro di vite di Washington, infatti, il gruppo “ha minore capacità di raccogliere finanziamenti a lungo termine”. Un problema pressante, considerato l’alto indebitamento legato all’acquisizione della Tnk-Bp andata in porto lo scorso anno: comprare la società partecipata da British Petroleum è costato ai russi 55 miliardi di dollari. Il debito è salito di conseguenza, fino a toccare, a fine giugno, proprio quota 42 miliardi di dollari. Di cui oltre 30 vanno ripagati entro la fine dell’anno prossimo. Arkady Svorkovich, vice primo ministro di Mosca, ha fatto sapere che il governo valuterà la richiesta “nelle prossime due settimane”.

Le difficoltà finanziarie di Rosneft potrebbero far sentire i loro effetti anche in Italia. Il gruppo, infatti, ha oltre il 20% della Saras della famiglia Moratti ed è entrato in società con Marco Tronchetti Provera comprando per circa 500 milioni il 13% di Pirelli. Così l’ex agente del Kgb Sechin poco più di un mese fa è entrato nel consiglio di amministrazione della Bicocca. L’investimento, peraltro, rende i russi, pur indirettamente, soci di Alitalia, perché Pirelli è uno degli azionisti dell’ex compagnia di bandiera e si è appena impegnata a partecipare al nuovo aumento di capitale necessario ad arrivare al matrimonio con Etihad staccando un nuovo assegno da 10 milioni.

La richiesta di Rosneft al Cremlino, nota il Financial Times, è l’ultimo dei sempre più numerosi segnali dell’impatto che le sanzioni più dure mai decise dalla fine della Guerra fredda stanno avendo sull’economia del Paese di Vladimir Putin. Giovedì il governo ha fatto sapere che in seguito all’embargo alle importazioni di prodotti agroalimentari dai Paesi occidentali, deciso come ritorsione, dovrà versare al settore agricolo tra gli 1,1 e gli 1,4 miliardi di dollari. Alexei Kudrin, ex ministro delle Finanze e consigliere economico di Putin, ha scritto su Twitter che le restrizioni americane e comunitarie costeranno alla Russia “almeno” 200 miliardi di dollari nei prossimi tre anni.