La sua faccia è quella di chi ha vissuto troppe umiliazioni per poterle raccontare tutte insieme, i suoi occhi si sono abbassati troppe volte e sembrano senza luce. Le sue mani sono senza anelli, perché una volta una bastonata di un datore di lavoro aveva fatto gonfiare le dita talmente tanto da dover tagliare la fede nunziale. L’uomo senza nome sale in macchina con sua figlia, che a differenza sua parla correttamente l’italiano. Nel tratto di strada che va da Scicli a Vittoria ci racconta, con un italiano stentato, di quotidiani soprusi e vessazioni, di sfruttamento nei campi e di paghe da miseria.

Storie che ho sentito troppe volte in questa Italia malata, raccontate in lingue diverse, da Nardò a Rosarno, da Latina a Saluzzo.

“Noi – mi dice – viviamo come lupi e siamo lasciati in balìa di chi ci sfrutta, non c’è speranza per noi, dobbiamo solo lavorare a schiena bassa”. Mentre mi dice queste cose penso al coraggio di Yvan Sagnet, a quei mesi che abbiamo vissuto sotto la minaccia dei caporali, penso ai tanti lavoratori migranti che come lui hanno avuto l’opportunità e il coraggio di alzare lo sguardo e dire no. Quando l’uomo scende non ci dice il nome, ma ci vuol dare dei soldi arrotolati che tiene in tasca, noi gli lasciamo i nostri numeri di telefono e ci muoviamo verso Porto Empedocle, per prendere la nave che ci porterà al fronte estremo del sud dell’Europa.

Nella stessa nostra nave, proprio davanti a noi, salgono tre grandi camion dell’Aeronautica Militare, trasportano i radar per far di Lampedusa una sentinella del Mediterraneo come ha ben descritto Antonio Mazzeo nel suo blog. Quando la mattina seguente i camion scendono dalla nave e invadono il centro abitato, i lampedusani rimangono a bocca aperta.

Il caso vuole che proprio nella stessa mattina, le mamme di Lampedusa insieme all’associazione Askavusa, stiano prendendo le firme in piazza per chiedere un monitoraggio sulla salute degli isolani. Al banchetto si avvicinano in molti, si parla della benzina il cui costo è il più alto d’Europa, della paura delle onde elettromagnetiche dei radar e del centro di accoglienza.

Si parla anche della fine di Mare Nostrum, del fatto che di nuovo Lampedusa sarà messa al fronte, stretta tra l’incudine della militarizzazione e il martello della crisi. Si parla ancora una volta del 3 ottobre, dei corridoi umanitari come unica risposta seria da mettere in campo. Si parla anche di spesa militare, il solo sistema radar che l’Italia ha acquistato e che verrà costruito anche a Lampedusa costa centinaia di milioni di euro, una cifra questa che però non scandalizza un’opinione pubblica che è più disposta a tollerare la guerra che a salvare chi ne fugge.