Siete fra coloro che lo scorso 19 settembre si sono rivisti per l’ennesima volta il film di Jonathan Demme Philadelphia, andato in onda su La7? O forse siete andati al cinema a vedere, mesi fa, il notevole Dallas Buyers Club? Datemi retta: stasera non uscite di casa e cercate di mettervi davanti a un televisore che abbia Sky Cinema 1.

Non ve ne pentirete, ma preparate i fazzoletti come nemmeno ai tempi di Voglia di tenerezza. Alle 21.10 di oggi, infatti, in prima visione tv per l’Italia, il canale per cinefili trasmette la pellicola statunitense The Normal Heart, adattamento per la regia di Ryan Murphy della omonima commedia teatrale di Larry Kramer, che racconta come iniziò l’epidemia di Aids in America. Kramer è un nome noto agli amanti della letteratura contemporanea statunitense: è infatti l’autore del discusso romanzo Faggots, che nel 1978 fu uno dei primi best-seller della letteratura gay mondiale.

Il film di Murphy è l’ennesima gemma del parco HBO, un marchio che ormai per molti significa garanzia di qualità: la compagnia di produzione americana si è specializzata in prodotti d’intrattenimento televisivo quali le serie di Sex and the city, I Soprano, passando per Six Feet Under, Roma e Game of Thrones.

Il film ha un chiaro intento politico: far rialzare la guardia alla società riguardo al pericolo dell’AIDS e ricostruire nel dettaglio una delle pagine più nere della storia sanitaria americana recente: gli anni di Ronald Reagan (1980-1988). Da quando nel 1996 sono stati introdotti i farmaci antiretroviral che hanno trasformato la sindrome da fatale in cronica, di Hiv e AIDS il mondo occidentale ha smesso di parlare.

E se anche ormai di AIDS nei Paesi ricchi non si muore quasi più, far finta che la malattia sia sconfitta significa esporre soprattutto i più giovani a comportamenti incauti, come dimostrano le statistiche più recenti comunicate dall’immunologo Carlo Federico Perno nel corso dell’ultima Italian Conference on Aids and Retroviruses. Il prestigioso summit ha rivelato un aumento del 15% delle infezioni da Hiv fra gli omosessuali di 16-25 anni. Il boom tra i gay italiani, passati da un’incidenza del 6,3% del 1985 al 37,9% nel 2012, è in linea col boom (+22%) fra i giovani gay statunitensi e rafforza la paura dei virologi occidentali di una nuova mancata percezione della malattia.

Oltretutto, se l’epidemia uccide di meno (ma ancora uccide, soprattutto chi non fa il test per paura o per ignoranza, e quindi non si sottopone a nessuna cura) i dati statunitensi indicano un netto abbassamento sociale delle classi colpite: non più i gay bianchi e istruiti delle due coste Usa, spesso militanti, intellettuali e artisti, bensì gli omosessuali non dichiarati degli stati meridionali, appartenenti alle minoranze ispaniche e afro-americane.

Anche per combattere questa proletarizzazione dell’epidemia, il film di Murphy ha scelto una narrazione che presenta senza dubbio alcune sbavature per gli amanti del cinema, ma in compenso è di immediata comprensione per un pubblico più largo. Si perdonano dunque al regista e allo sceneggiatore i primi dieci minuti, in cui durante un party su una spiaggia di Long Island, un gruppo di ventenni gay al picco delle proprie forze fisiche osserva uno di loro, Craig Donner, accasciarsi a terra colpito da un davvero troppo didascalico attacco di tosse.

Fra i protagonisti, oltre a Mark Ruffalo, Matt Bomer e Taylor Kitsch, troneggia un immenso Jim Parsons (il formidabile Sheldon di The Big Bang Theory) che dimostra tutto il suo talento in una parte drammatica recitata con grandissimo senso della misura ed empatia. Film per i maggiori di 16 anni, da non perdere.