“Senza la cosiddetta Trattativa oggi avremmo un Paese migliore. E Falcone e Borsellino sarebbero ancora in vita”. Sabina Guzzanti racconta così il suo film – La trattativa – presentato al Lido fuori concorso. Accolto splendidamente ad entrambe le proiezioni stampa, il film è stato applaudito anche durante la conferenza stampa internazionale. Ma cerimoniali a parte, il suo nuovo lavoro per il cinema è stato salutato con attenta positività dalla maggioranza degli operatori presenti in Mostra. Guzzanti, da parte sua, ha “salutato” il cinema come “quel medium artistico, così speciale, la cui dimensione collettiva gli fornisce una forza che gli altri media non hanno”. Anche, evidentemente, per opere così particolari come la sua, dal connubio forma/contenuto/sensibilità mai banali. Ne La trattativa, i fatti indiscutibilmente accaduti sono riprodotti per ricostruzione teatrale, resi da magnifica recitazione “brechtiana” da altrettanto magnifici interpreti. Seppur abituati alla precisione della “ricercatrice Guzzanti” rispetto alle fonti, in questo film colpisce la quantità raccolta alla base del progetto. Come dunque si è procurata i materiali e gli atti processuali? “Innanzitutto vi informo che a Radio Radicale sono a disposizione tutti i processi sulla questione Stato-Mafia; il mio sforzo iniziale è stato capire come funzionano i processi.. anche perché io – per fortuna – non ho una formazione giudiziaria”.

Nel corso della conferenza stampa, Sabina ha poi espresso quello che per lei è lo scopo del film, ovvero “mettere tutti – specie chi non si informa sui media e giornali – in grado di conoscere i fatti che hanno cambiato il corso della nostra democrazia. Questo perché troppo spesso si sente parlare genericamente della questione Stato-Mafia”. La raccolta e approfondimento della materia non sono stati naturalmente semplici. Ed anzi, spiega, “più studiavo e più mi sentivo vittima di depressione e paura: ho anche pensato cose tipo ‘questa volta me ne vado dall’Italia’”. Nel periodo preso in esame dalla pellicola – i primi anni ’90 – “l’Italia stava cambiando ma sembra che le istituzioni italiane avessero paura della democrazia stessa, sembra che prendessero qualunque decisione pur di evitare che si realizzasse”. Il punto a cui vuole arrivare la Guzzanti è il senso (o mancanza) di responsabilità della politica, certamente in quegli anni acuti, ma anche in generale. E non solo, “tale senso di responsabilità deve riguardare tutti i cittadini: non è giusto delegare tutto alla magistratura”.

“Tenete presente che questo è un film inattaccabile nei suoi contenuti: considerate che ogni parola del film è stata controllata 1.671 volte”. E come esempio di inattaccabilità dei fatti narrati, ripercorre la mancata perquisizione del covo di Totò Riina: “La cui perquisizione avrebbe messo al muro Cosa Nostra. Se avessero aperto quella cassaforte avrebbero trovato tutti i collaboratori di Riina, perché tutti i mafiosi tengono custoditi i nomi dei collaboratori per poterli ricattare”. Puntuale e determinata, Sabina Guzzanti precisa ancora: “Il processo è uno strumento per cercare la responsabilità penale di un reato, ma in Italia solo dal ’92/’93 l’opinione pubblica ha iniziato a ragionare anche prima che arrivino o meno le condanne”, un’affermazione che in qualche modo affronta il modus attraverso il quale media/vox populi e operatori della giustizia in senso stretto oggi tendono o meno a conformarsi. Ed altrettanto dure sono le parole arrivate rispetto alle domande sulle pressioni del presidente Giorgio Napolitano: “E’ documentato che Napolitano abbia fatto pressioni sulla Cassazione e su Grasso: la lettera di Marra scritta alla Cassazione è un fatto”. Last but not least, Sabina è stata interrogata rispetto alla sua presenza a una Mostra in cui è programmato anche il film Belluscone di Franco Maresco: “Attenzione, il mio non è un film su Berlusconi, è un film sullo Stato italiano e sulla Mafia”.