Neonati, cani, matrimoni, adozioni gay, e caffè. Ecco l’Italy in a day di Gabriele Salvatores, documentario Fuori Concorso alla 71esima Mostra di Venezia. Niente più pizza e mandolino per l’immagine dell’Italia nel mondo aggiornata dal gruppo di lavoro del premio Oscar napoletano che sull’impulso di Ridley Scott, produttore esecutivo di “Life in a day”, primo esperimento di cinema collettivo sulla Gran Bretagna diretto da Kevin McDonald nel 2011, ha raccolto i contributi video degli italiani, più o meno amatoriali filmmaker, che si sono ripresi durante le 24 ore del 26 ottobre 2013.

Solo che dalla terra d’Albione all’appello risposero 13mila persone, mentre per la versione italiana di video ne sono arrivati ben 44197, per un totale di 2200 ore di immagini, poi diventati 632, montati fino a comporre 75 minuti di film. “Non so se abbiamo riportato l’Italia reale”, spiega Salvatores durante la conferenza stampa al Lido di Venezia, “ma quello che posso assicurare è che il materiale selezionato dalla mia troupe rispecchia in termini di proporzione, sentimenti ed emozioni di quello che abbiamo ricevuto”.

In Italy in a day il racconto è sia suddiviso temporalmente (risveglio, colazione, lavoro/scuola, pranzo, ritorno a casa, cena e notte), sia tematicamente. Ed è su questo piano della rappresentazione che arrivano spunti che vanno dall’esilarante al commovente, dall’isolazionista al “volemose bene”: la coppia che si autoriprende in una infinito accoppiamento durante il giorno; il tizio che preferisce girare di notte senza nessuno in strada; l’astronauta, il marinaio e il chirurgo che operano su territori esteri; il dottore che si occupa di anziani morenti; ma anche gag, scenette e quadretti familiari di strampalati filosofi, intristiti pensionati, operai che all’alba si spaccano la schiena, tutti accomunati dall’amore per il proprio Paese: “Ci sono molte cucine e spazi vissuti da gente ‘povera’ nel mio film, semmai la domanda che mi pongo è perché per parlare del nostro Paese non ci sia arrivato tra decine di migliaia il video di una persona ‘ricca’ – continua Salvatores – Se fossi un politico italiano sarei molto più colpito, che so, dall’amore per i gatti che si vedono alcuni in contributi che abbiamo montato piuttosto che da certe trasmissioni e risse in tv. La voglia di mantenere dignità, sogni e desideri che non siano solo il nuovo modello di telefonino è sotto gli occhi di tutti e mi fa dire che gli italiani usciranno da questa crisi”.

Un altro importante e “pensante” regista italiano, il bergamasco Davide Ferrario, propone a Venezia, sempre Fuori Concorso, il documentario La Zuppa del Demonio. Straordinario lavoro di selezione e montaggio di cinema industriale italiano – niente intervistati a mezzobusto, un record – tra gli anni venti e gli anni settanta in Italia, accostati ad una voce fuori campo che legge alcuni scritti di grandi intellettuali come, tra gli altri, Sciascia, Ottieri, Bianciardi, Buzzati, Pasolini e Rea.

L’obiettivo è quello di mostrare la mitologia del progresso del “miracolo economico” del dopoguerra che accomunò ciecamente tutti gli italiani, dalle classi dirigenti al sottoproletariato, fino ai primi barlumi di reazione dovuti alla crisi petrolifera e alla nascita, più che di una coscienza, di uno spirito ambientalista: “Sarebbe stato facile fare quattro risate sul tema, molti filmati potevano prestarsi a questa manipolazione”, spiega Ferrario da Venezia, “il tema affrontato invece riguarda tutti noi che siamo stati giovani a quell’epoca: ci dicevano che la tecnologia avrebbe salvato il mondo. Il progresso era buono in sé, voci critiche non si sollevavano né da destra né da sinistra. Se ora, anzi fin dal 1973, il sogno si è trasformato in incubo, non dobbiamo dimenticare che quel sogno c’è stato”.

La Zuppa del Demonio – così veniva chiamato l’acciaio negli anni trenta – è uno di quei rari documentari che non vuole imporre una lettura pregiudiziale rigida allo spettatore, ma lo invita a scegliere un libero percorso di riflessione e interpretativo. Così passiamo dal Duce che inaugura gli stabilimenti Fiat di Torino nel ’32, fino all’esplosione di città di campagna/provincia che si trasformano in città/industrie – Marghera, Gela, Taranto, tra le altre – con tutto l’entusiasmo di operai e contadini, fino ad un incredibile documento mai montato presente negli archivi Fiat del 1971 quando in pompa magna nel golfo di Varazze vengono depositate in mare 1000 carcasse d’auto per formare una barriera marina: “Giorgio Bocca – conclude Ferrario – nella parte finale del film dice: ‘Le cose che oggi ci appaiono orribili allora ci sembravano bellissime; erano tempi irripetibili, e felici…’. Ovvio quando oggi vedi gli olivi centenari abbattuti dalle ruspe per far posto al tubificio di Taranto scuoti la testa allibito, sapendo tutto quello che è venuto dopo. Ma l’entusiasmo di allora era sincero”.