Poca crema e poco limone, diciamo quasi niente, in compenso tantissima, molta panna montata. Questo “Sblocca Italia”, venduto da Matteo Renzi come lo strumento che avrebbe scosso la sonnacchiosa economia italiana, s’iscrive di diritto nella lunga lista dei vari “Semplifica Italia”, “Cresci Italia 1” e “2.0” partoriti dalla fantasia di Corrado Passera e Mario Monti, i cui fasti furono rinverditi dal Decreto del Fare” di Enrico Letta. Ora Renzi e i suoi ministri si mettono in colonna dietro quei grandi cultori del tutto fumo e niente arrosto. Con un di più: Renzi non segue la buona regola di tenere basse le aspettative e dunque la delusione è più cocente quando ci si trova di fronte all’ennesimo testo di semplificazioni più o meno lambiccato.

Data un’occhiata all’ultima bozza circolata ieri mattina e ascoltate le conferenze stampa dei ministri interessati si può dire con certezza che avevano ragione Il Fatto Quotidiano e Il Sole 24 Ore: “Aria fritta”. Le risorse nuove di cui si serve un decreto capace – a stare al premier – di sbloccare “appalti per 43 miliardi” sono spiccioli: circa duecento milioni di euro quest’anno, poco più di 500 il prossimo. Il resto dei roboanti annunci sono solo soldi presi da un capitolo e spostati su un altro nell’illusione – si spera confermata – di far partire più in fretta i cantieri, magari già nel 2015. Ad esempio 3,8 miliardi finiscono in cantieri come l’alta velocità Napoli-Bari e la Palermo-Catania-Messina (se ne occuperà l’ad di Ferrovie dello Stato Mario Elia come commissario) o i nodi logistici delle grandi città (la Metro C di Roma, il passante ferroviario di Torino e, ovviamente, la Metrotranvia di Firenze). Altri 4,5 miliardi di soldi vecchi verranno invece reindirizzati in investimenti nel sistema aeroportuale (compreso, pare, il contestatissimo raddoppio di Fiumicino, hub fondamentale dell’Alitalia araba).

Pier Carlo Padoan ha subito messo a verbale: “Non ci sono effetti sulla finanza pubblica: nel senso che tutte le spese sono puntualmente coperte”. D’altronde da coprire c’era ben poco: il ministro dell’Economia alla fine è riuscito a far fuori dal decreto l’estensione dell’ecobonus sulle ristrutturazioni caro a Renzi e a ridimensionare considerevolmente il “piano casa” messo a punto da Lupi (ci saranno “aiuti fiscali per chi acquista casa e l’affitta a canone concordato”). La cosa era scontata: il premier si era già premurato, sui giornali di ieri, di dare la colpa proprio a Lupi per aver presentato norme “scoperte”.

D’altronde la linea del ministro dell’Economia – niente ulteriori spese nel 2014, anzi qualche taglio – è stata ieri autorevolmente avallata dal suo dante causa politico, Giorgio Napolitano, che lo ha ricevuto al Quirinale per poi lasciar trapelare che il faro dell’azione del governo italiano sono le parole del governatore della Bce, Mario Draghi: niente pause nel consolidamento dei bilanci pubblici (tagli) e tante riforme strutturali (lavoro).

Insomma, saltati l’ecobonus e il piano casa (“li faremo nella legge di Stabilità”), mezza smentita pure la promessa di assumere centomila precari della scuola: “Nelle linee guida della riforma che presenteremo mercoledì non si articola la stabilizzazione dei precari, è piuttosto l’assunzione di un patto con le famiglie, con gli insegnanti”. Buonanotte. D’altronde, come ha detto Renzi, “il lavoro non si crea per decreto”. E di certo non questo.

Rinviato a ottobre anche il primo intervento sulle municipalizzate seguito al lavoro di Carlo Cottarelli (1.250 aziende completamente non operative). E dire che la norma era presente nel decreto entrato in pre-Consiglio dei ministri ieri mattina: “Abbiamo deciso che affronteremo la questione in modo organico nella legge di Stabilità”, ha ammesso in serata il sottosegretario Graziano Delrio.

Qualche problema, in realtà, c’è anche con quello che c’è. Ad esempio Renzi e Lupi hanno assai sponsorizzato l’intervento sugli investimenti nelle autostrade: “Ci sono 10 miliardi da sbloccare nei prossimi 12 mesi”, ha scandito Renzi. Il meccanismo, però, è francamente sgradevole: i concessionari mettono i soldi in miglioramenti della rete – che, sia detto per inciso, dovrebbero già fare a norma degli impegni già presi – in cambio di “una revisione e eventualmente della proroga” della concessione. Un regalino ai signori dell’asfalto – da Benetton a Gavio a Toto – di quelli in cui si riconosce la manina del ministero delle Infrastrutture. D’altronde la rottamazione, come la rivoluzione, ha le sue contraddizioni.

Da Il Fatto Quotidiano del 30 agosto 2014