Ma davvero basta contarle, le donne, perché la parità di genere sia garantita e siamo tutti ipocriti e contenti? L’interrogativo vale in Europa come in Italia. Jean-Claude Juncker, il presidente eletto della Commissione europea, è alle prese con il puzzle della composizione del nuovo esecutivo Ue: un membro per Paese, fanno 28; ed è già un bel rompicapo attribuire a ciascuno le competenze rispettando i desideri senza creare delusioni.

Ma a Junker il Parlamento europeo ha imposto una condizione supplementare, del tutto arbitraria, per tutelare la parità di genere: le donne nella sua Commissione non possono essere meno di quelle della Commissione uscente, la Barroso II, cioè 9, un record nella storia della Cee e poi dell’Ue.

Dove, sia detto per inciso, ci vollero 32 anni per vedere una donna commissaria – due, nel 1989, con la Delors II, la francese Christiane Scrivener e la greca Vasso Papandreu – e ce ne vollero 38 per vedere un’italiana commissaria, Emma Bonino, nel 1985, Commissione Santer (la Bonino è pure l’unica, finora).

Ovviamente, non tutte le donne sono state modello nel loro servizio europeo: quando la Francia mandò a Bruxelles Edith Cresson, la prima (e sola) donna primo ministro francese, molto molto vicina a François Mitterrand, tutti se n’aspettavano grandi cose: fu una delle principali responsabili delle dimissioni collettive di quell’Esecutivo, causa episodi di corruzione suoi in particolare.

Ma torniamo ai giorni nostri. L’Assemblea di Strasburgo non darà l’ok alla Commissione Juncker se non ci saranno almeno nove donne. C’è, dunque, il rischio di uno slittamento nell’insediamento dell’Esecutivo, che dovrebbe avvenire il 1° novembre.

Perché Juncker, per ora, di donne sicure ne ha solo tre: la svedese, confermata, Cecile Malmstroem, già responsabile degli Affari Interni e dell’Immigrazione (e che punta allo Sviluppo); la bulgara, confermata, Kristalina Georgieva, già responsabile degli Aiuti umanitari e d’emergenza (e che punta alla politica estera e di sicurezza comune); e la ceca Vera Jourova, un’esordiente.

Poi dovrebbe esserci una danese, poiché il governo di Copenaghen gli offre la scelta fra due donne; e potrebbero esserci una slovena, l’ex premier Alenka Bratusek, se non scatteranno contro di lei faide politiche interne, e un’italiana, il ministro degli esteri Federica Mogherini. Che, però, se non ottenesse la politica estera e di sicurezza comune – quella che vuole pure la Georgieva -, potrebbe non risultare la scelta italiana.

Dunque, sei donne nella migliore delle ipotesi. Sette, ipotizzando che il Belgio, che deve ancora decidere, indichi una donna. Bisogna trovarne ancora almeno altre due, se il criterio dei numeri resta valido. Ma sarebbe forse il caso di superare la fase della conta per valutare, indipendentemente dal sesso, qualità e peso delle personalità prescelte, uomini e donne che siano.

Una Commissione europea, un governo nazionale, un Parlamento non sono migliori se ci sono uomini e donne in pari numero, ma se ci sono donne e uomini di valore, onestà, competenza.

Dei Grandi dell’Ue, solo la Germania non ha mai avuto una donna commissario. Ma qualcuno direbbe mai che a Berlino le donne sono politicamente sotto-dimensionate?