“A questo punto l’unica soluzione per proseguire verso il rilancio resta la liquidazione, così come prevede la legge 112 del 2013″. Così il sindaco di Roma Ignazio Marino sulla strada a senso unico che si prospetta per il Teatro dell’Opera. Dopo giorni di sciopero e trattative con i sindacati per l’approvazione del piano industriale, sembra che per l’ente lirico l’unica via d’uscita dal caos provocato dal piano di ristrutturazione sia, appunto, la “liquidazione amministrativa coatta” predisposta dalla norma. 

L’attenzione sul Teatro dell’Opera di Roma si è concentrata sin dai primi giorni di sciopero dei musicisti, ma ha raggiunto l’apice il 18 luglio, quando la Boheme è stata offerta al pubblico delle Terme di Caracalla gratuitamente, con il solo accompagnamento del pianoforte. I musicisti non erano più disposti ad andare in scena con un orchestra composta da pochi professionisti e troppi musicisti a chiamata, un organico in continuo cambiamento impedisce che “si crei affiatamento nell’orchestra, senza contare che la chiamata diretta non sempre è sinonimo di eccellenza”, ha dichiarato un violinista ai microfoni dell’Ansa. In più c’è l’applicazione della legge 112/2013, che ha messo in subbuglio tutte le istituzioni culturali. In particolare nell’art. 11 sono stabilite le ‘disposizioni urgenti per il risanamento delle fondazioni lirico-sinfoniche’, ed è stato proprio questo a mettere in allarme i sindacati che hanno domandato la condivisione di un piano industriale. Gli scioperi sono “la conseguenza della triste necessità di smascherare il piano di destrutturazione e ridimensionamento del teatro della capitale” è quanto afferma in una nota Pasquale Carlo Faillaci per la Rsa Slc Cgil del Teatro dell’Opera di Roma. “Si chiede, a questo punto, la costituzione di un tavolo di confronto alla presenza di tutti i soci fondatori istituzionali Mibact, Comune di Roma e Regione Lazio”, concludeva il  sindacalista il 18 luglio.

Poi il piano industriale è arrivato, proposto dal soprintendente Carlo Fuortes, e ha messo d’accordo quasi tutti, ma Cgil e Fials, sindacati di minoranza, non ci stanno. In una nota del 24 luglio il Teatro dell’Opera  ha dichiarato di avere offerto alla Fials e alla Cgil “la possibilità di firmare un documento che prevede la conferma di assenza di licenziamenti e mobilità per i dipendenti in essere del Teatro e il rispetto degli attuali livelli salariali”. E da qui in poi si è iniziato a pensare alla liquidazione:  “E’ chiaro a questo punto che le sigle Cgil e Fials si assumono la responsabilità sulle sorti del Teatro che, come è stato detto anche dal Sindaco di Roma e Presidente della Fondazione del Teatro dell’Opera, Ignazio Marino, se non porta a termine quanto previsto dalla Legge 112/2013 ha come unica conclusione la liquidazione”. Secondo la norma (punti 10, 11, 14), infatti, è disposta la liquidazione amministrativa coatta per gli enti che non presentano i piani di risanamento entro i termini previsti, e il no dei due sindacati porta il piano fuori dai tempi massimi.

“In questi giorni assistiamo all’ostinazione di due sigle sindacali che non vogliono sottoscrivere il piano industriale, condiviso invece dai rappresentanti di gran parte dei lavoratori del Teatro, né sospendere gli scioperi che stanno penalizzando la stagione estiva a Caracalla“, dichiara in una nota il sindaco di Roma Ignazio Marino. “Martedì all’ordine del giorno del Cda sarà inevitabilmente inserita e discussa questa misura”. La settimana prossima si saprà dunque se Il Teatro dell’Opera di Roma verrà ricordato come il primo ente lirico a essere liquidato.