La nomina di Jean­Claude Juncker alla Presidenza della Commissione europea si può riassumere in tre parole: europeismo, austerità e speranza. Il lussemburghese Jean­Claude Juncker è stato eletto a Strasburgo dal Parlamento europeo alla Presidenza della Commissione europea per i prossimi cinque anni. Ha ricevuto più voti di quanto ci si aspettava: 422 favorevoli, 250 contro e 47 astenuti il che vuol dire non solo che l’alleanza tra popolari e socialisti ha retto – sia pure con qualche eccezione, come i socialisti spagnoli e qualche franco tiratore tra i popolari – ma che Juncker ha ricevuto l’appoggio dei liberali e, si dice, anche di qualche verde isolato.

Sicuramente contrari i conservatori dell’Ecr, gli euroscettici del’Efdd (tra cui il M5S) e i non iscritti (tra cui Lega Nord e Front National). L’elezione di Juncker è sicuramente più politica di quella di Barroso di cinque anni fa. Questo non solo per il processo attraverso il quale ci si è arrivati – un embrione di campagna elettorale europea – ma per il peso che il Parlamento europeo ha assunto nella sua nomina. Juncker ha dovuto promettere molto nei recenti incontri con i gruppi parlamentari, soprattutto ai socialisti di Gianni Pittella in termini di flessibilità, investimenti e attenzione alla crescita. La politicizzazione della Commissione europea con l’elezione di un vero politico alla sua guida – e non un personaggio indefinito come Barroso – è un passo molto importante verso la legittimazione democratica del cosiddetto “esecutivo comunitario”, oggi troppo burocratico, “senza cuore” come gran parte degli organismi tecnocratici.

Di sicuro Juncker è un europeista convinto. La sua nomina alla guida della Commissione non può che fare bene all’integrazione europea e non solo in senso “economico e monetario”. Il profilo europeista di Juncker non sta solo nel suo curriculum europeo ventennale ma anche nell’opposizione all’asse franco­tedesco che lui stesso ha fatto in passato in qualità di presidente dell’eurogruppo. Nel suo discorso a Strasburgo ha evidenziato l’importanza di prediligere il “metodo comunitario” (interessi di tutta l’Unione europea) piuttosto che quello “intergovernativo” (accordo tra governi) nella gestione della crisi e delle future riforme europee. Ma Juncker vuol dire anche austerità.

Il lussemburghese è stato l’unico in campagna elettorale a non condannare apertamente le misure di austerity decise a Bruxelles sotto dettatura della Germania e degli altri Paesi “falchi d’Europa”. Non a caso proprio lui era il candidato popolare di Angela Merkel eletto poi dal Ppe a Dublino per correre per la Commissione. Per carità, nel suo discorso in Aula ha ammorbidito molto la sua posizione nei confronti della troika e delle misure di austerità – altrimenti il sostegno dei socialisti se lo sognava – ma non va dimenticato che proprio come presidente dell’eurogruppo fu un vigoroso sostenitore del rigorismo fiscale in Europa. La “speranza” scaturisce dall’incrocio di queste due considerazioni. Il ruolo politico che Juncker può giocare a capo di quella che resta l’istituzione più importante dell’Ue, il dialogo obbligatorio con la componente socialista – a partire dalle nomine dei Commissari Ue dei prossimi giorni – e la sua spiccata vocazione europeista, potrebbero veramente far cambiare registro all’Unione europea.

Juncker ha l’occasione di esercitare appieno i poteri della Commissione vista la vasta maggioranza parlamentare e l’embrionale legittimazione popolare di cui gode senza andare, come ha fatto il suo successore, cappello alla mano a Berlino e Parigi per chiedere il permesso di ogni azione. Se avrà la forza e il coraggio di farlo, potrebbe rivelarsi un discreto presidente, altrimenti ci ritroveremo con l’ennesimo buco nell’acqua dopo mesi di belle promesse di cambiamento.

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