Milano, Quarto Oggiaro, periferia nord della città. E’ il 4 agosto 2007. Viene ritrovato al parco di Garbagnate il cadavere di un 22enne. E’ Francesco Carvelli, detto Cecco, fulminato da un colpo di pistola alla testa. Cecco è figlio di Angelo Carvelli, che a Quarto Oggiaro è un pezzo da novanta. E’ all’ergastolo nel carcere di Opera con qualche cadavere sulle spalle, ed è capo di una famiglia molto rispettata, che gestisce ancora buona parte del traffico di droga nel quartiere.

La notizia corre di bar in bar, di palazzo in palazzo. Il quartiere è incandescente. Dalle strade le mezze tacche dello spaccio si volatilizzano, sanno che fra poco polizia e carabinieri arriveranno. Faranno domande. Busseranno alle porte. Cercheranno soffiate o chiacchiere – che qui hanno la stessa utilità di intercettazioni – per capire chi e perché si è voluto caricare sulla coscienza la morte di un ragazzo poco più che ventenne, che all’interno della famiglia ricopriva il ruolo di riciclatore di denaro proveniente dal traffico di droga. C’è invece chi conosce già gran parte della storia. E’ Daniela D’Orsi, moglie di Alessandro Crisafulli, alleato dei Carvelli che si trova in carcere insieme al fratello Biagio, detto Dentino e che conosce tutti i segreti del quartiere.

Sono le 22 e 24 di quel 4 agosto. La donna, pur non avendo nessun ruolo o coinvolgimento nell’omicidio, chiama un’amica e le illustra già il movente: “Aveva dei soldi, gli slavi glieli volevano portar via e glieli hanno… Qua c’è un bordello, è pieno di sbirri, è pieno di madama, figurati io ero in via Pascarella…”. D’Orsi chiude la conversazione, e chiama Mauro Turni, pregiudicato, uomo di fiducia dei Crisafulli, che vanta ottimi rapporti con i calabresi e che, con i capi famiglia dietro le sbarre, si prende cura di Daniela. Di voce in voce, le ombre sull’omicidio del rampollo dei Carvelli si dissolvono. Quarto conosce già i retroscena, il movente e i carnefici del “povero Cecco“.

La D’Orsi emette sentenze: “Sono stati gli slavi… adesso è una strage però, eh”. “Cani sciolti… una volta non sarebbe mai successo niente del genere”, sospira al telefono Turni. Tre giorni dopo, il 7 agosto, direttamente da Alessandro Crisafulli – che fa trapelare la notizia fino ai suoi – arriva un elemento che dà una svolta alle indagini: Francesco Carvelli “se l’è venduto il vicino di casa”, Roberto Casati, detto Lollo lo zoppo. Due anni dopo, siamo nel 2009, Casati sarà l’unico condannato per il sequestro di Cecco, derubato e poi ucciso, ma non per l’omicidio che rimane ancora oggi senza colpevoli.

E non servirà aspettare le motivazioni dei giudici di Milano per ricostruire il perché di quell’esecuzione. Il movente lo fornisce direttamente Daniela D’Orsi, tre giorni dopo il ritrovamento del cadavere: “Doveva essere un furto lo hanno ammanettato, lo hanno portato in macchina, l’hanno picchiato (…) la vogliono buttare sul discorso della mafia no, cioè un regolamento di conti, in realtà questo non è stato un regolamento di conti… è stata una porcheria. Se se li fanno, fanno anche bene, pezzo per pezzo. Voleva sentirsi importante, perché comunque era uno sbarbato (Francesco Carvelli). Cioè per centomila euro cazzo, poi in quattro… cioè uno dice ‘mi faccio centomila euro da solo’ ancora, ancora, ma in quattro… vuole dire che ti prendi venti… ventiduemila euro, cosa cazzo fai”.

Anche le condoglianze di rito alla famiglia degli alleati Carvelli, offrono un affresco criminale ricco di regole, gesti e simboli. Di partecipare al funerale del giovane non se ne parla: è un’occasione troppo ghiotta per polizia e carabinieri per immortalare le facce dei presenti. Nemmeno un telegramma. “Meglio non lasciare niente di scritto”, convengono Alessandro Crisafulli e Mauro Turni.

La D’Orsi va a porgere le condoglianze direttamente a casa dei famigliari del giovane ucciso. E’ moglie di un boss di primo ordine, che conta di più nella gerarchia criminale rispetto ai Carvelli che lavorano per i Crisafulli, e ne è espressione della loro reputazione. E proprio perché nella casa di Cecco non ci saranno uomini dello stesso spessore  (il padre Angelo e lo zio Mario sono detenuti), il consiglio di Turni è di ignorali tutti, entrare, rivolgersi direttamente alla madre, salutarla e andarsene, “senza guardare in faccia altri”. E così farà Daniela, che oggi è finita agli arresti domiciliari nell’operazione del Ros dei carabinieri che ha stroncato il traffico di droga a Quarto Oggiaro e sulla piazza di Milano. “Era l’ambasciatrice del boss a Quarto Oggiaro”, dicono gli investigatori.