La semifinale dei Mondiali vinta per 7-1 dalla Germania sul Brasile passerà alla storia come la più grande umiliazione del calcio brasiliano. Ma è anche il trionfo della nuova scuola teutonica, che si confermerà pochi giorni dopo con il trionfo in finale con l’Argentina. Un successo che non è frutto d’improvvisazione, ma nasce da lontano. Da una solidità economica che solo i club tedeschi hanno in tutta Europa, pur restando saldamente in mano ai tifosi, che in Germania si sono rivelati i migliori presidenti possibili per le loro squadre. Il resto l’ha fatto una Federazione capace e innovatrice: che nel 2000 capì che il vecchio calcio tedesco era finito, e che per rinascere bisognava investire massicciamente sui vivai. E ora, a distanza di quattordici anni, raccoglie i frutti di quella semina, mostrando al mondo una nazionale giovane, bella e multietnica. Un modello a cui anche il calcio italiano potrebbe ispirarsi, dopo l’eliminazione dal Mondiale. Adesso per coronare il progetto manca l’ultimo tassello: vincere la finale di domenica a Rio de Janeiro.

Club in mano ai tifosi
Mentre il calcio italiano ha a lungo prosperato solo grazie ai milioni dei presidenti paperoni, quello tedesco poggia su basi molto più solide. Le squadre sono strettamente connesse al territorio e alla comunità di riferimento, che ha parte attiva nel processo gestionale. La regola d’oro è quella del “50+1”: secondo quanto previsto dallo statuto federale, i tifosi devono mantenere la quota di maggioranza della società. E questo accade in tutte le più importanti compagini tedesche, dal Bayern Monaco al Borussia Dortmund. Poi ci sono eccezioni in un senso e nell’altro: nel 2011 è stato stabilito che sponsor con un coinvolgimento di oltre 20 anni in un club possano assumerne la proprietà, se con il consenso dei soci. E infatti Wolfsburg e Leverkusen appartengono interamente alla Wolkswagen e alla Bayer. Ma ci sono anche società strutturate come polisportive, al 100 per cento di proprietà dei supporter (lo Schalke 04 e lo Stoccarda, ad esempio). Di base, comunque, la presenza dei tifosi nei consigli direttivi permette di verificare la correttezza delle scelte finanziarie, evitando abusi e garantendo la virtuosità economica e sportiva del club.

Fatturati da record
I risultati di una sana amministrazione si vedono subito in sede di bilancio. Nella Bundesliga 12 club su 18 hanno chiuso in attivo l’ultima stagione, e il giro d’affari complessivo del campionato è in crescita da otto anni di fila. I due “case history”, differenti fra loro ma di egual successo, sono quelli di Borussia e Bayern. Il Dortmund nel 2006 era ad un passo dal fallimento: con una radicale ristrutturazione, in sette anni è riuscito a rimettersi in piedi e arrivare a una finale di Champions, chiudendo l’ultimo esercizio con un profitto di 61 milioni di euro. Il Bayern Monaco, invece, è in attivo da 20 anni di fila, e vanta un fatturato record di quasi 400 milioni l’anno. Merito non solo dei diritti tv (unica fonte di introiti del calcio in Italia), ma anche di marketing e merchandising spregiudicati, e ricavi da stadio da capogiro. A queste cifre, i bavaresi (e in generale tutti i club tedeschi), possono permettersi di allestire squadre sempre più competitive. E di investire forte sui vivai.

La linea verde
Tutto inizia nel 2001, dopo l’eliminazione dall’Europeo di Belgio e Olanda di qualche mese prima. Il progetto della DFL, la lega calcio tedesca, è a lunga gittata e pone le basi dal reclutamento. È così che dodici anni fa viene introdotto l’obbligo per tutte le società di Bundesliga e Bundesliga 2 (la nostra serie B) di avere una squadra in ogni categoria giovanile a partire dagli under 12. Il mancato rispetto di questo vincolo comporterebbe la revoca della licenza di partecipazione al campionato. E per favorire la crescita dei giovani talenti tedeschi, ogni formazione dall’under 16 in su deve avere in rosa almeno 12 giocatori candidabili a una maglia della nazionale di categoria. Ne è scaturita una corsa a chi investe meglio che nel 2013 ha portato i club a spendere 80 milioni di euro nei settori giovanili (+3,3 per cento rispetto al 2011/12), facendo lievitare a 820 milioni il totale dei fondi destinati alle accademie del calcio dal 2001. E per accorciare il gap tra le società – che per ovvie ragioni non possono avere la stessa forza economica – la Federcalcio tedesca ha creato un fondo comune per aiutare i club con meno risorse, che hanno sfruttato l’occasione per sfornare talenti e rivenderli alle big ingrossando il conto in banca. Risultato: oltre la metà dei giocatori della Bundesliga sono tedeschi e spesso cresciuti in piccole realtà come Wolfsburg, Friburgo e Rostock. E’ così che sono maturati cinque punti fermi del ct Loew come Neuer, Schurrle, Hummels, Gotze e il grande assente in Brasile, Reus.

Da Schweinsteiger a Boateng, il multiculturalismo
La Germania ha saputo mescolare e attingere al serbatoio di multiculturalismo endemico nella società. Così a Bastian Schweinsteiger sono stati affiancati talenti di origini lontane. Come il turco Mesut Özil, classe ’88 e perno del centrocampo accanto a Sami Khedira, padre tunisino. Stesso discorso per Jerome Boateng, papà ghanese e mamma tedesca, e per il 22enne difensore doriano Shkodran Mustafi, origini albanesi ma cresciuto ad Amburgo. Ci sono anche due polacchi: il nuovo miglior cannoniere nella storia dei Mondiali, Miroslav Klose, e Lukasz Podolski, nato a Gliwice ma trasferitosi a due anni in Renania Settentrionale. Quattro di loro sono stati schierati da Loew fin dal primo minuto contro il Brasile, in un undici la cui età media era di appena 26 anni. Il meglio deve ancora venire.

Lo speciale mondiali de ilfattoquotidiano.it

Twitter: @AndreaTundo1 e @lVendemiale (articolo aggiornato il 13 luglio alle 23.50)

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