Eccomi di ritorno nel Bel Paese che fu. Oggi terra destinata a incessante decadenza per colpa di una classe dominante egoista e priva di una vera consapevolezza nazionale e collettiva, fosse pure in nome del capitalismo. Impressionante il confronto con il luogo dove ho risieduto negli ultimi dieci giorni, e cioè Pechino. Intendiamoci. Problemi anche lì, in un Paese che ha conosciuto negli ultimi cinquant’anni il pieno recupero della sua dignità nazionale umiliata e uno sviluppo economico senza precedenti che lo sta portando a divenire la principale potenza mondiale. Ma tutt’altro senso del futuro e tutt’altro spirito collettivo. Proprio quello che manca a noi poveri italiani. Ma sulla Cina ovviamente ritorneremo con dovizia di riferimenti ed impressioni. Lo sguardo dev’essere critico ma attento agli avanzamenti e alle potenzialità. Mi limito qui a segnalare due libri di estremo interesse: Martin Jacques, When China Rules the World. The End of the Western World and the Birth of a New Global Order, e Vincenzo Comito, La Cina è vicina?.

Ma veniamo a problematiche e miserie di casa nostra. Sono stato piacevolmente colpito, una o due volte tanto, da due interventi di Massimo Cacciari sull’Espresso. Il primo, a perenne testimonianza della sua coerente, anche se purtroppo inutile, opposizione al Mose (inutile ricercare barlumi di analoga coerenza e impegno sul fronte della Tav, fatta eccezione ovviamente per Perino e altri valorosi amministratori locali). Il secondo, nel numero ora in edicola, sulla natura inconsistente e puramente di facciata delle “riforme” di Renzi, con un significativo richiamo alla necessità di dare attuazione alla Costituzione repubblicana e ai diritti e doveri dei cittadini, primo fra tutto quello al lavoro.

Napolitano-SloveniaPare se ne sia accorto anche Napolitano, il quale ha recentemente affermato, celebrando l’ennesimo anniversario della Prima guerra mondiale che, “Se non trovano lavoro i giovani, l’Italia è finita”. Parole assolutamente condivisibili e di senso comune. Ma che fa questo governo su questo fronte così essenziale? Pare nulla, a parte precarizzare ulteriormente il lavoro, nella fallace convinzione che reintroducendo forme di subordinazione lavorativa che fanno scempio di decenni di conquiste sociali ed operaie, gli imprenditori saranno finalmente indotti ad assumere. Nulla di più sbagliato.

Nel discorso che ho tenuto all’Accademia cinese di scienze sociali il 2 luglio scorso, relativamente all’attuazione dei diritti sociali in Italia, ho sottolineato a tale proposito l’evidente discrasia fra i testi, come l’art. 4 della Costituzione, da un lato e la realtà dei fatti, a fronte di una disoccupazione, specie giovanile, oramai dilagante. Il problema è certo, quello di una maggiore dotazione di strumenti di governo pubblico dell’economia e di maggiori risorse finanziarie. Come pure quello di sconfiggere politiche europee recessive sulla quale bovinamente e in modo suicida Merkel & C. intendono proseguire imperterriti.

Ma, leggendo oggi gli sconvolgenti dati sull’ammontare di fondi europei non spesi nel nostro Paese, o spesi in modo del tutto inefficiente alimentando un circuito autoreferenziale del tutto privo di effetti sull’economia reale in termini di creazione di posti di lavoro, ci si rende conto  che il problema va anche al di là. Sono i meccanismi decisionali che vanno rimessi in discussione a fondo, anche perché quello che in crisi non è solo l’economia ma anche, come scrivemmo già anni fa, il rapporto tra popolo e forze politiche. Queste ultime, come argomenta Diamanti su Repubblica di oggi, sono sempre più partiti personali e, aggiungo io, sempre meno collegati alle reali esigenze del Paese.

Due esempi per tutti: il Renzi della resistibile ascesa e la sua enfasi sulla semplificazione autoritaria del sistema istituzionale, da un lato, l’opposizione, per tanti versi finta e consolatoria di Grillo & C. dall’altra. Il Movimento Cinque Stelle, in particolare, data la sua strutturale incapacità e la sua pervicace non volontà di dare vita a un’opposizione sociale reale, si arena oggi su un maldestro tentativo di dialogo con il Pd sulle riforme istituzionali e sull’approdo, in sede europea, all’innaturale e asfittica alleanza con Farage & C.

Esistono tuttavia ancora in Italia, anche nel sistema politico, da quella parte del Movimento Cinque Stelle, già uscita o ancora interna, meno incline a farsi abbindolare dalle sirene del grillismo, a coloro di Sel che non sono confluiti nell’area Pd, a persistenti aree di dissenso antirenziano all’interno di quest’ultimo, alla nascente nuova forza politica contro l’austerità e il liberismo che si è riunita sabato scorso a Roma con i tre neoeletti deputati europei della lista Tsipras Barbara Spinelli, Eleonora Forenza e Curzio  Maltese.

Il primo passo è quello di un referendum contro l’austerità europea, per il quale dovranno essere raccolte cinquecentomila firme entro il 30 settembre. Parte da qui la riscossa dell’Italia reale contro i suoi leader o pretesi tali virtuali, si chiamino essi Renzi, Grillo o Berlusconi.