Si è cimentato in tutti i campi dell’arte: dal cabaret, alla musica, fino alla scrittura e al cinema. Andando sempre al di là di ogni aspettativa e non deludendo mai. “Chi se lo sarebbe mai aspettato!?”. Un’esclamazione passata dalla bocca di tutti quelli che hanno conosciuto Giorgio Faletti in una veste e sono stati costretti ad apprezzarlo quando ne indossava un’altra, sempre con umiltà e successo. Forse non se lo sarebbe mai aspettato neppure lui di diventare un comico, con quella laurea in Legge in tasca, e poi un cantane, e poi uno scrittore, e poi ancora un attore. E chissà quante sorprese aveva ancora in canna. La fantasia per inventarne di nuove non gli è mai mancata, questa volta gli è mancato il tempo per mostrarcele.

Sono gli anni Settanta, Faletti, poco più che ventenne, arriva da Asti a Milano. E debutta sul palco del Derby, dove si fa le ossa insieme ad altri giovani irriverenti come Diego Abatantuono, Teo Teocoli, Massimo Boldi e Paolo Rossi. Sono gli anni d’oro del cabaret, e quello milanese fa scuola in tutta Italia. Poi arriva la televisione. Sono gli anni Ottanta. Faletti si butta nella nuova avventura. Fa da spalla alla divina Raffaella Carrà, prima di approdare in quel laboratorio rivoluzionario che è il Drive In di Antonio Ricci. la sua faccia è una maschera che dà vita a innumerevoli personaggi. Anche se quello di maggior successo è Vito Catozzo, la guardia giurata a cui capitano un sacco di avventure.

Dopo Fantastico e Stasera mi butto… e tre, per l’artista piemontese è tempo di cambiare aria. Lascia la televisione e inizia a muovere i primi passi nella mondo della musica. Nel 1988 esce il suo primo mini-album intitolato Colletti bianchi, colonna sonora di una serie tv dallo stesso titolo nella quale è fra i protagonisti. Nel 1991 arriva il primo disco intero, Lupo mannaggia, e la sua hit, Ulula, diventa il tormentone dell’estate del 1991. Ma il grande passo arriva l’anno dopo. Nel 1992 mette piede nel tempio della canzone italiana. E si presenta al Festival di Sanremo in coppia con Orietta Berti. La canzone si intitola Rumba di Tango, contenuta nell’album Condannato a ridere. Nel 1994 torna a Sanremo, lasciando un segno indelebile con Signor tenente, che gli fa sfiorare la vittoria. Arriva secondo dietro Aleandro Baldi con il brano dedicato alle stragi di Capaci e via D’Amelio, a Falcone e Borsellino massacrati due anni prima. Non c’è due senza tre. E nel ’95 con L’assurdo mestiere, una preghiera in musica, fa scoprire per la prima volta al pubblico la sua vena malinconica, finora celata.

Ma dopo essersi affermato anche nella musica – è anche autore di Giovane vecchio cuore interpretata da Gigliola Cinquetti – Faletti compie un’altra piroetta e si cimenta nella scrittura. Lo fa stupendo il pubblico, e facendo fare brutta figura agli scettici. Nel 2002 esce il suo best seller: Io uccido. Un thriller sorprendente che vende oltre quattro milioni di copie. Ma l’anno si chiude in malo modo: viene colpito da un ictus. Che però non lo ferma. Nel 2004 esce nelle librerie un secondo romanzo, Niente di vero tranne gli occhi, che supera il successo del primo e sbalordisce i critici. Nell’ottobre 2006 pubblica Fuori da un evidente destino. I numeri della sua esperienza da scrittore sono questi: i suoi libri sono tradotti in 25 lingue e pubblicati con grande successo, oltre che in tutti gli stati d’Europa, anche in Sud America, in Cina, in Giappone, in Russia e, a partire dal mese di marzo 2007, negli Stati Uniti e nei paesi di lingua anglosassone. Ma la voglia di sperimentare non è ancora saziata. Faletti nel 2006 si cimenta in un’altra prova da incorniciare: è il professore severo ma buono in Notte prima degli esami che gli vale un David di Donatello come migliore attore non protagonista. Poi ancora un libro nel 2008, Io sono Dio. E ancora al cinema con Baarìa di Giuseppe Tornatore, dove interpreta il ruolo di un sindacalista. E chissà cos’altro si sarebbe inventato se la morte non lo avesse fermato.