Non è che l’economia si sia messa tutta d’un tratto a correre, tutt’altro! Anzi, per dirla tutta, ci sarebbero tuttora molti segnali di debolezza non solo in America, ma anche in diverse aree del globo (soprattutto in Europa), e qualcuno paventa persino il rischio di un “riavvitamento” dell’economia causato dal concatenarsi di alcuni fattori negativi che potrebbe sfociare in una ricaduta in recessione. I più convinti, in questo senso, sono quelli che “abbagliati” dal deludente risultato economico del primo trimestre 2014, di poco peggiore persino rispetto al già previsto rallentamento segnalato dagli economisti, sono caduti nel più nero pessimismo (in effetti, è stato il peggiore trimestre dalla fine ufficiale della recessione, cioè dal 2009). Però negli Usa ci sono state più cause concorrenti: il tremendo inverno al nord, che ha causato lunghi black-out elettrici; la siccita’ che ha colpito la California e un po’ tutto il “far west”; lo shut-down di cassa dello scorso mese di gennaio; eccetera. Eventi eccezionali quindi, si spera non ripetibili, almeno a breve.

A generare pessimismo c’è però anche la “paura” degli operatori finanziari, che vedono nel graduale ma deciso ridursi del sostegno finanziario assicurato dalla Federal Reserve americana negli ultimi cinque anni un pericolo per l’economia assimilabile a quello di togliere anzitempo le grucce ad un azzoppato. Non è puro allarmismo, in effetti un sostegno di queste dimensioni, assicurato mediante le tre fasi del “Quantitative Easing”, pari a 4,3 trilioni di dollari, non si era mai visto prima. Però è anche vero che non cessa di colpo e che, in ogni caso, se ce ne fosse bisogno, la Fed tornerebbe a dare il necessario sostegno, in questa o altre forme.

Infatti, nonostante il pessimismo di questi articoli, il clima generale che sostiene la ripresa, negli Usa non è cambiato. Le imprese e i consumatori mantengono un buon livello di fiducia, quindi  un recupero almeno parziale è atteso già nel secondo trimestre dell’anno. E guardando ad un trend di più lungo periodo troviamo anche indicatori per nulla male posizionati. Gli indici di borsa per esempio sono tutti ai massimi livelli, superiori persino a quelli pre crisi 2009. Senza però quella pericolosa euforia che accompagna solitamente i periodi di boom, che sfociano inevitabilmente in improvvise “correzioni” se non in vere e proprie recessioni. Persino le obbligazioni e il reddito fisso sono stabili, con i titoli del Tesoro attestati attorno al 2,5%. L’indice della disoccupazione è ancora abbastanza lontano da quel 4,4% raggiunto nel 2007, però ha già fatto un buon recupero rispetto al 10 – 11% toccato nel 2009-2010. In marzo era al 6,3%, un livello già discreto rispetto a quello della crisi, ma persino ottimale se paragonato a quello disastroso dell’Europa.

Segnali positivi, nel medio periodo, arrivano anche dal mercato delle case, notoriamente una importantissima leva economica negli Usa. Pur essendo ancora lontano dai “tetti” raggiunti nel 2006-2007, l’indice dei prezzi è in sostanziale ripresa (mediamente +10% rispetto allo scorso anno), l’invenduto riduce i tempi di attesa e, se ci sarà a breve un ulteriore riduzione nel tasso di disoccupazione, potrà raggiungere già quest’anno o nella prima metà dell’anno prossimo un livello molto soddisfacente sia in termini settoriali che in funzione di sostegno all’economia nazionale.

Come una ciliegina sulla torta è arrivata recentemente anche la “promozione” di Standard & Poors, che ha riportato al “AA+” il voto assegnato agli Usa, ma promettendo una piena tripla “A” qualora continuassero in modo positivo gli accordi “bipartisan” tra le parti politiche a sostegno della ripresa economica.

Dunque la crisi è davvero finita negli Usa? Non per tutti, ovviamente, ma in linea generale sembrerebbe proprio di sì. Se non si metteranno di nuovo i politici a costruire barricate gli uni contro gli altri, il 2014 potrebbe essere proprio l’anno dell’inizio della vera ripresa economica negli Usa.