L’economia americana ha di nuovo smesso di crescere. Nel primo trimestre dell’anno il prodotto interno lordo Usa è calato del 2,9%: è la contrazione maggiore dal 2009, anno in cui il Paese è riemerso dalla recessione. Deboli anche i consumi, che rappresentano il 70% del Pil, e le esportazioni. Dati che hanno sorpreso in negativo gli analisti e, mercoledì, hanno provocato immediati contraccolpi sul tasso di cambio del dollaro. Anche perché un arretramento così forte avrà ripercussioni sull’andamento dell’intero anno. Ma c’è di più: il fatto è che su questo avvio già accidentato pende pure la spada di Damocle della fine degli stimoli finora garantiti dalla banca centrale, la Federal Reserve. Che fin dall’inizio della congiuntura negativa, con un’operazione nota come “alleggerimento quantitativo” (in inglese quantitative easing), ha comprato titoli sul mercato per iniettare liquidità nel sistema economico, facilitare il credito e sostenere i consumi. Ma dal dicembre scorso, finita la fase di emergenza, ha iniziato a tagliare progressivamente il programma di stimolo. E ora il timore è che inizi a vendere quei bond, con effetti negativi su consumi e investimenti. In un contesto che vede il tasso di disoccupazione restare sopra il 6%.

Tre round di acquisti, poi lo stop – Attualmente la Fed ha in pancia titoli garantiti da mutui ipotecari (“Mortgage backed securities”, Mbs) per 4.300 miliardi di dollari, di cui 3mila miliardi acquisiti negli ultimi 7 anni. Ripercorrendo la storia di questa impennata, vediamo che nel 2009 l’istituto allora guidato Ben Bernanke comprò 1,25 trilioni di Mbs, 200 miliardi di debiti di agenzie federali (vale a dire Fannie Mae, Freddie Mac e Ginnie Mae) e 300 miliardi di T-bond (obbligazioni del Tesoro) a lunga scadenza. In un secondo round di acquisti, durato dal 2010 al 2011, la Fed acquistò altri 600 miliardi di obbligazioni. E tra settembre 2011 e giugno 2012 si contano altri 670 miliardi di titoli comprati, venduti e riscattati. Il terzo round inizia a settembre 2013, con l’acquisto di Mbs e bond per 85 miliardi al mese. Da dicembre inizia quindi il cosiddetto “tapering”, la riduzione degli stimoli per 10 miliardi. A febbraio 2014 c’è l’avvicendamento al vertice della Fed con l’arrivo di Janet Yellen, che non cambia però la politica in corso, e solo pochi giorni fa prosegue con la riduzione del quantitative easing a 35 miliardi di dollari mensili. In pochi anni, dunque, la Fed è arrivata a detenere asset per un valore pari al 25% del Prodotto interno lordo. Prima la cifra si fermava al 6% del Pil.

L’incognita dei tempi e il rischio di un aumento dei tassi – Mentre i tassi restano rasoterra, oscillando tra lo 0 e lo 0,25%, ci si aspetta che entro il 2015 il tapering sarà concluso. Ma il grande interrogativo oggi è: la Fed aspetterà che i bond arrivino a maturazione? Oppure inizierà ad alleggerire le sue posizioni vendendo questi asset? E, se sarà così, quando e a quale ritmo? I prezzi dei bond si muovono in direzione contraria ai loro rendimenti. Questo vuol dire che nel momento in cui partiranno le cessioni gli interessi andranno verso l’alto, aumentando il costo del denaro, scoraggiando gli investimenti e infliggendo un duro colpo ai consumi. 

Il precedente del 2013 – Lo scorso anno bastò una dichiarazione di Bernanke sulla progressiva riduzione degli acquisti di asset per scatenare una reazione violenta sui mercati: i rendimenti dei T-bond a 10 anni balzarono di 0,81 punti percentuali e i tassi di ipoteca a 30 anni aumentarono di 0,66 punti. “Le cose appaiono migliori con grosse iniezioni di liquidità”, ha dichiarato il governatore della Fed di Dallas, Richard Fisher, a favore di una drastica riduzione degli asset in pancia alla Banca centrale.

Il caso giapponese sconsiglia la marcia indietro – Tuttavia non mancano le voci contrarie. Anche perché dall’altra parte dell’Oceano Pacifico qualcuno per il quale la ricetta interventista sta funzionando: è il Giappone del primo ministro Shinzo Abe. La sua “Abenomics”, aggiornata nei giorni scorsi con un programma di tagli alle tasse sulle imprese, si è concretizzata in un piano di “easing” molto più aggressivo di quello americano. E senza exit strategies: il denaro immesso nell’economia non verrà chiesto indietro. Risultato: nel primo trimestre di quest’anno l’economia nipponica è stata quella che è cresciuta di più tra i Paesi avanzati.