STAND ALONE PHOTONon sopporto l’accezione “gay friendly“.

Albergo gay friendly, locale gay friendly, campeggio gay friendly, “la Spagna è un Paese gay friendly”, “conosco un buon ristorante di pesce ed è pure gay friendly..”, “ma tu lo sapevi che Brad Pitt è gay friendly?”.

Vivo con un’amica lesbica, uno dei miei colleghi di lavoro al negozio è gay, ho tantissimi amici omosessuali. Per questo motivo – oltre ad essere orientata verso il rispetto degli esseri umani tutti – sono molto sensibile al tema “gay e società”, che non è il nome di una nuova rubrica del Tg2, ma un connubio che troppo spesso si rivela essere ricco di serie problematiche e inquietanti risvolti. Primo fra tutti: il turismo “gay friendly”.

Innanzitutto, trovo che questo bisogno di etichettare, di catalogare, di classificare dei luoghi o delle persone come “amichevoli coi gay”, sia una delle cose più tristi e ghettizzanti che mi sia mai capitato di sentire. Consultare Tripadvisor per trovare un buon hotel nel quale soggiornare e leggere tra i commenti dei visitatori “decisamente gay friendly”, mi provoca un istantaneo e per nulla piacevole brivido sulla schiena. Come se essere amichevoli e ben disposti con degli esseri umani sia qualcosa che esula dall’agire quotidiano, una stranezza, soprattutto in un hotel a quattro stelle dove, se va bene, ti sei giocato la tredicesima per un week end in camera matrimoniale all inclusive. E’ un po’ come la storia del cartello fuori dai negozi con su scritto “Tu non puoi entrare” rivolto ai nostri amici a quattro zampe, oppure qualcosa tipo “amici degli animali”, come se i gay fossero dei cagnolini di razza incerta, per i quali bisogna specificare i luoghi in cui sono ben accetti e quelli in cui no, le persone che sono “amichevoli” e quelle che, al contrario, li prenderebbero a badilate sulla schiena.

Qualificare un posto come “gay friendly” è condizione ormai quasi necessaria per essere al passo con i tempi, anche se paradossalmente si ha l’impressione di essere tornati indietro di oltre cinquant’anni; mi viene in mente, a questo proposito, il periodo delle grandi migrazioni di contadini e lavoratori meridionali verso il nord Italia, negli anni 60/70, che scatenarono una terribile ondata di razzismo e intolleranza verso degli esseri umani considerati inferiori solo perché non usavano il termine “cadrega” per indicare la sedia e perché, in condizioni di estrema povertà, degrado e ignoranza, nel disperato tentativo di trovare un lavoro per sfamare la famiglia, arrivavano a confrontarsi con la parte più ricca e industrializzata del Paese, il loro stesso Paese, nel quale erano però ospiti indesiderati. E via con i cartelli fuori dai bar, che insieme ai cani, vietavano l’ingresso ai meridionali.

Per l’appunto, dopo varie riflessioni, mi chiedo questo: se non viene specificato che un posto è “gay friendly” che succede? Che arrivati lì, è meglio che i due malcapitati/e stiano ben attenti a non mostrare la loro “gaytudine”, altrimenti li cacciano a pedate sul sedere o gli sputano nel piatto di spaghetti? Oppure al momento di pagare, gli addebitano un surplus del 30% per aver ingannato l’attento receptionist dell’albergo, fingendosi semplici amici in vacanza, salvo poi essere beccati a limonare a bordo piscina, davanti a delle rispettabili famiglie-alfa?

La verità è che, purtroppo, i primi ad aver voluto che esistessero dei luoghi fatti apposta per loro, nei quali sentirsi accettati e rispettati, nei quali confrontarsi, sono stati proprio i gay. Per salvarsi da una società poco disposta ad accoglierli e a capirne le esigenze, hanno cercato di crearsi un mondo “amichevole” nel quale vivere in pace; un mondo privo di pregiudizi, ma a sua volta troppo chiuso e protetto che spesso tende ad enfatizzare e portare all’estremo, inutilmente, proprio quell’idea di “diverso” e di “altro”.

Ciò produce un duplice effetto, estremamente interessante: da un lato la discriminazione, la derisione, l’omofobia, con tutte le terribili conseguenze che ne derivano; dall’altro “gay è trendy”, “fa figo” come i jeans strappati e le Converse. Che il mercato sta cambiando lo hanno capito anche le grandi aziende e i grandi marchi, che ultimamente si sono lanciate in una sfida all’ultimo spot e fanno a gara a chi è più “gay friendly”.

Dopo Ikea e il suo “basta essere se stessi, basta poco”, è il turno della Findus e del coming out di una coppia gay durante il pranzo con la mamma di uno dei due.

La cosa davvero sorprendente è che credono talmente poco anche loro a quello che dicono, da aver sentito l’esigenza di girare uno spot in cui non si vedono mai le facce dei protagonisti.

“Amichevoli”, ma con misura.

Quattro salti nell’ipocrisia.

Gusto antico, tutto italiano.