La Corte Suprema americana, chiamata a decidere se un gruppo di creditori (in gran parte americani) ha diritto ad ottenere il pagamento integrale del debito sottoscritto con loro una dozzina d’anni fa dal governo argentino, ha deciso che hanno ragione i creditori, stabilendo nella sostanza che chi sottoscrive un impegno, deve onorarlo.

Non può sorprendere questa sentenza perché non sono i giudici a scrivere le leggi, loro le devono solo applicare e interpretare. Nel caso della Corte Suprema devono anche decidere se le sentenze dei tribunali rispettano il dettato della Costituzione e quello dei trattati internazionali, quindi possono andare anche un po’ più in là, ma nessuna Costituzione e nessun trattato al mondo stabilisce che quando una nazione non ce la fa a pagare il debito che i suoi politici hanno sottoscritto, bisogna essere clementi nell’interesse di quel popolo, buggerato ieri dai propri politici che si sono arricchiti alle loro spalle e flagellato oggi da creditori di cui non conoscono né il nome né probabilmente la lingua.

Sotto il profilo puramente giuridico era una sentenza praticamente scontata, infatti la condanna per l’Argentina ha avuto sette voti a favore su 8. Astenuta la giudice Sotomayor (probabilmente per conflitto d’interessi) l’unico dissenso è venuto dalla giudice Ginsburg (basato sul cavillo che la giurisprudenza su cui si fonda la sentenza di condanna riguarda le attività commerciali, ma queste operazioni non lo sono, quindi lei ha votato contro).

Probabilmente anche la Ginzburg, come me e come molti (oltre ovviamente agli argentini) ha sentito interiormente l’eventuale sentenza di condanna come ingiusta, e ha trovato un complicato cavillo per non applicarla, decidendo (cosa rara nei giudici) di ascoltare più il cuore che la mente. Infatti, quello che suona male in questa vicenda non è la “sentenza” in sé, ma è proprio questa “giustizia”. Come può essere giusta una sentenza che condanna  un popolo a pagare integralmente un debito fatto in loro nome da politici truffatori?

Ho sottolineato “integralmente” perché adesso quegli assatanati creditori (tutta gente che non sta certo morendo di fame) pretendono di riscuotere tutto ciò che era stato loro promesso. Ma a quel tempo gli interessi promessi erano a due cifre, tra l’11 e il 12%. Come si può, oggi, pretendere onestamente di riscuotere un tale credito integralmente?

Qualche economista sostiene che il costo aggiuntivo per l’Argentina (circa 15 miliardi di dollari) potrebbe trascinare l’intera Argentina in default. Personalmente non lo credo, ma c’è qualcuno, nel mondo della speculazione, che invece esulta alla sentenza dei giudici americani e dice che tale pericolo non sussiste “…per il semplice fatto che il paese è già fallito”. C’è un po’ di sadismo in questa affermazione (non sta parlando di una banca, sta parlando di una nazione, con tutte la sua gente, le sue famiglie!). Ma c’è anche una grave contraddizione che smaschera l’egoistica esosità della sua professione. Infatti dovrebbe essergli noto che quando si definisce qualcuno “fallito” gli si concede il diritto di pagare il debito nel limite delle sue possibilità, ovvero anche di non pagare più niente se non ha niente.

Esattamente il contrario quindi di quanto si apprestano a fare questi creditori.

La rinegoziazione dei crediti, più imposta che proposta dal governo argentino all’inizio del nuovo secolo, pur essendo comunque un grave atto di insolvenza rispetto ai contratti stipulati, dovrebbe invece diventare nei casi come quello argentino una prassi riconosciuta dal diritto internazionale. Non è possibile tollerare che l’avidità, entro certi limiti tollerabile, degli investitori-risparmiatori si trasformi a distanza di qualche anno in completo sciacallaggio da parte di chi non vuol sentir ragione delle disgrazie capitate in casa d’altri.

Siamo tutti adulti e vaccinati e sappiamo benissimo che chi ha sottoscritto quei fondi ha accettato di correre un rischio ben superiore alla media allo scopo di ottenere un rendimento molto alto (è la regola del mercato, no?). Adesso che il crack si è verificato fanno finta di cascare dalle nuvole e si appellano al giudizio della Corte Suprema ben sapendo che non può decidere in base alla moralità, e nemmeno in base a regole di mercato, ma solo sulla base di leggi che soprattutto in questo campo proteggono sempre i potenti.

La regola del mercato è che quando indovini un investimento guadagni, quando sbagli, o rischi troppo, perdi soldi. Loro amano il mercato solo quando guadagnano. Così non va bene.

Prima di pensare che parlo solo astrattamente in difesa degli interessi del popolo argentino, è bene sapere che ho investito anch’io una modesta somma in quei fondi nel 1999. Quando ho sottoscritto sapevo che rischiavo molto, adesso mi accontento di quello che l’Argentina mi dà dopo la rinegoziazione. So che il popolo argentino non è in condizione di rispettare integralmente quelle condizioni, perciò va bene così. Ho rischiato troppo e adesso pago la mia parte.

Il confine tra il risparmiatore e lo speculatore talvolta è molto sottile, ma in questo episodio è visibile agevolmente da chiunque.

Dallas, Texas