Martedì scorso, 10 maggio, è andata in onda in diretta su Rai Movie, l’edizione del David di Donatello più discussa degli ultimi tempi. L’intuizione geniale di quest’anno risiede nella scelta da parte degli autori di far sembrare l’attore livornese – e presentatore della serata – Paolo Ruffini, un pessimo conduttore. L’operazione è stata portata a termine con grande successo. Grazie ad alcune finte gaffe, e alla messinscena di altrettanti episodi di scherno nei confronti dello show man toscano, nei giorni a seguire si è innescato, su tutti i social network, un massacro mediatico senza precedenti. Ciò ha permesso agli autori del programma di riportare l’attenzione su una manifestazione ormai dimenticata e persino snobbata dalla tv generalista, tanto è vero che la stessa Rai Uno l’ha trasmessa in differita in seconda serata.

Ecco come Paolo Ruffini, in cinque semplici mosse, si è guadagnato il titolo di personaggio “virale” della settimana, e paladino del bistrattato mondo del cinema italiano.

1 – Al ventesimo minuto di trasmissione, proprio come nei migliori film hollywoodiani, il primo colpo di scena: Ruffini dà della “topa” a Sophia Loren. L’attrice reagisce producendosi in un memorabile, almeno per il conduttore, scimmiottamento dello stesso. Più che la battuta, la vera gaffe di Ruffini è la sua pessima dizione. Consapevole di quanto sia inopportuno, da parte di un attore professionista, un tale abuso d’inflessioni dialettali, il Ruffini ci ha dato dentro “abbestia” al solo scopo di provocare la Loren. E gli è riuscito pure bene. L’attrice – già vincitrice di un David per la “Ciociara”, e premiata quest’anno per “La voce umana”, film la cui sceneggiatura è stata tradotta apposta per lei in napoletano – prende in giro Ruffini per i suoi regionalismi. Quando si dice coerenza.

2 – Dieci minuti più tardi altro David speciale, altro colpo da maestro di Ruffini. Questa volta il bersaglio è Marco Bellocchio che “…reduce da un’esperienza americana, è stato scoperto dopo tanti anni…”. Con questa frase Ruffini si riferisce a una retrospettiva dedicata a Bellocchio e allestita in suo onore al MoMA di New York. Il premiando non lo lascia finire e gli ride in faccia. “Gli americani mi hanno scoperto cinquant’anni fa”, ci tiene a precisare l’egoico regista. In effetti, come tutti sappiamo, gli avvenimenti più importanti della storia americana recente sono due: il primo uomo sulla luna, e pochi giorni dopo – secondo non certo per importanza – la scoperta di Bellocchio. Tuttavia, l’astuto conduttore finge di non saperlo.

3 – Finalmente è la volta di Paolo Virzì, premio miglior sceneggiatura per “Il capitale umano”. Qui Ruffini gioca in casa e accoglie il regista con un sonoro “boia de’…” o qualcosa del genere, che in livornese significa: “che bello rivederti stimatissimo collega”. Virzì, di sicuro complice del finto complotto ai danni del suo conterraneo, non perde l’occasione per dargli una bella finta strigliata: “modera il lessico, sennò poi devono sottotitolare…”.

4 – Sul palco è la volta dell’attrice Stefania Sandrelli, la quale finge – poiché anch’essa sicuramente complice della “bischerata” – di non ricordarsi di aver lavorato con Paolo in “La prima cosa bella”. Altra genialata del conduttore e dei suoi autori, questa volta l’imbarazzo è duplice: Paolo finge di rimanerci male per non essere ricordato dalla Sandrelli, e quest’ultima finge imbarazzo per la differenza di età fra i due, resa palese dal fatto che in quel film di Virzì l’attrice interpretava il ruolo della mamma di uno sbarbatissimo Paolo Ruffini.

5 – Chiude l’esecuzione capitale ai danni del conduttore, il collega Valerio Mastandrea. Stavolta il povero Paolo non riesce neanche ad aprire bocca. L’attore romano, in perfetto controtempo, sferza il suo colpo di grazia: “Vogliamo fare un applauso per un altro che ci ha provato e non ci è riuscito… capita a tutti, c’è un periodo di sei mesi in cui ci si deprime, poi si riparte”. Alla faccia della deontologia. Bisogna ammettere però che Mastandrea dipinge l’immagine dell’attore in fase depressiva con estrema credibilità. Tanto che, volendo essere maliziosi, verrebbe da pensare a un riferimento autobiografico.

Soddisfatto della performance, il giorno seguente Ruffini twittava la sua finta delusione: “mi sa che Sanremo non lo presenterò mai”. Giù la maschera Paolo, sai bene anche tu che se in rete si continua a parlare così tanto di te, finisce che te lo fanno condurre davvero il Festival. A proposito, dovresti ringraziarmi. Anch’io, nel mio piccolo, ho fatto la mia parte.