Una commissione di indagine interna per verificare di nuovo tutte le procedure di controllo effettuate negli anni sul Mose. Lo ha deciso la Corte dei Conti, in particolare il presidente Raffaele Squitieri, dopo aver sentito il consiglio di presidenza e d’intesa con il procuratore generale. L’organismo si occuperà di accertare e verificare procedure di controllo, atti e relativi risultati. E in effetti allarmi inascoltati ce ne sono stati negli ultimi 10 anni. A presiedere la commissione è stato nominato il presidente di sezione Adolfo De Girolamo e il presidente Squitieri ha chiesto un primo rapporto già entro quindici giorni. Ieri (5 giugno) il procuratore generale Salvatore Nottola aveva aperto un fascicolo “atti relativi alla vicenda del Mose ed eventuali responsabilità di magistrati della Corte dei conti”. 

Squitieri “ribadisce che eventuali casi individuali di corruzione o comportamenti illeciti da parte di magistrati della Corte, di per sé gravissimi e lesivi dell’onorabilità dell’istituzione, vanno individuati e puniti con la massima sollecitudine e severità, e che la Corte assicura alla magistratura ordinaria tutto il supporto tecnico che si ritenga necessario da parte degli inquirenti. Tali casi, ove accertati, sarebbero ancor più gravi in quanto danneggiano profondamente l’opera quotidianamente espletata da una corpo di magistrati onesto, preparato e dedito all’esclusivo interesse della Repubblica a tutela delle pubbliche finanze”. Il riferimento è a Vittorio Giuseppone, giudice contabile prima a Venezia e poi a Roma, accusato di aver incassato per anni uno stipendio da 300-400mila euro all’anno. Addirittura era emerso che una delibera della Corte dei conti sul Mose era stata corretta su un pc del Consorzio Venezia Nuova, travolto dall’inchiesta giudiziaria.

Orsoni dal giudice: “Le accuse? E’ tutto falso”
Intanto è il giorno dei primi interrogatori di garanzia degli arrestati della vicenda di Venezia. Gli accusatori mentono. Giovanni Mazzacurati, il presidente del Consorzio Venezia Nuova, il grande accusatore, dice il falso, si è inventato tutto. E’ stata la tesi, come riporta la versione online del Gazzettino, del sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, durante l’interrogatorio di garanzia davanti al gip Alberto Scaramuzza nell’aula bunker del tribunale di Venezia, a Mestre. E’ durato tutto relativamente poco (circa 50 minuti) perché Orsoni ha deciso di fare dichiarazioni spontanee, quindi senza rispondere alle domande del giudice che ha disposto gli arresti domiciliari. Secondo le accuse Orsoni ha preso una tangente da 560mila euro “camuffata” da finanziamento per la campagna elettorale del 2010. Lo scopo: favorire la realizzazione delle opere di salvaguardia di Venezia. “Sono state una serie di dichiarazioni molto lucide – ha detto l’avvocato di fiducia, Daniele Grasso, all’uscita dal tribunale – con le quali si è dichiarato estraneo ai fatti”.

L’avvocato ha sottolineato che il suo assistito “non ritiene che gli sia addebitabile nessun tipo di responsabilità e si propone di dimostrarlo attraverso una serie di indagini difensive a integrazione della documentazione acquisita dal procuratore”. Per Grasso, poi, “è giusto dare conto che l’inserimento in questo contesto della sua persona poteva essere evitato. La situazione si è sviluppata in questi termini, quindi pazienza, ma va però letta in modo diverso, perché la posizione di Orsoni non c’entra niente con tutte le altre imputazioni”. Quindi, l’avvocato ha spiegato che il sindaco “è molto provato, sta soffrendo dal punto di vista istituzionale come da quello umano”, ha detto il legale, sottolineando che “dobbiamo ancora decidere se fare ricorso, abbiamo tempo”. E ancora “il sindaco di Venezia è profondamente convinto del fatto di riuscire a dimostrare che la sua situazione in questo contesto non va letta come è stato fatto. Si risolverà tutto spero in tempi relativamente brevi“, ha concluso, sottolineando che “Orsoni è fiducioso”. 

Le conferme delle indagini dal tenore di vita di lusso di Galan, Chisso e Spaziante
Intanto emergono altri retroscena dell’inchiesta che due giorni fa (il 4 giugno) ha portato a 35 arresti tra politici, imprenditori, semplici impiegati, funzionari dello Stato. Uno lo racconta il Corriere della Sera. Sono state infatti le dichiarazioni dei redditi a confermare che qualcosa non tornava, spiega il quotidiano di via Solferino citando la richiesta di arresto dei pm Stefano Ancilotto, Paola Tonini e Stefano Buccini. Nel senso che il tenore di vita di molti dei protagonisti coinvolti nell’indagine dava nell’occhio. Prendiamo la famiglia Galan, composta dall’ex governatore del Veneto e ex ministro Giancarlo, dalla moglie e dai loro due figli, che ha dichiarato dal 2000 al 2011 entrate di poco superiori a 1,4 milioni di euro, valore decisamente inferiore a quello delle spese fatte dai quattro nello stesso periodo e scovate dagli uomini della Guardia di Finanza: oltre 2,6 milioni. Cioè, nei dieci anni, il bilancio dei Galan risulta in rosso per 1,2 milioni. “Sproporzione evidente”, sottolineano i magistrati. Stesse verifiche anche sul patrimonio della famiglia dell’assessore regionale alle Infrastrutture Renato Chisso, anche lui di Forza Italia: circa 1,1 milioni di euro dichiarati contro gli 1,4 trovati dai finanzieri spulciando fra acquisti di case, conti correnti, titoli e carte di credito. Per lui lo “stipendio” in nero è stato valutato fra i 200 e i 250mila euro all’anno, versati dal Cvn, concessionario unico del ministero delle Infrastrutture per le opere di salvaguardia della laguna. 

Poi c’è Emilio Spaziante, il generale della Guardia di Finanza, che aveva la funzione – secondo i pm – di fornire informazioni sulle inchieste in corso: a fronte di 2 milioni dichiarati, ci sono uscite pari a quasi 3,8 milioni. “In questo caso – scrivono gli inquirenti – emerge inequivocabile l’elevatissimo tenore di vita”: “Dalla scheda patrimoniale risultano auto sportive, barche di lusso, villa con piscina, prestigiosi immobili, nonché la frequentazione di costosissimi alberghi per i suoi spostamenti in Italia. Soggiorni settimanali a Milano in hotel da mille euro a notte”. E non solo, viaggio a Dubai: “Volo in business class e trasferimento in limousine da e per l’aeroporto”. 

Perquisito anche l’ex generale della Finanza che vigila sugli appalti Expo
Intanto sempre il Corriere della Sera riferisce del coinvolgimento di altri due generali della Finanza. Non indagati, ma perquisiti. Uno è Mario Forchetti, generale di corpo d’armata in congedo e soprattutto attuale presidente del Comitato regionale per la trasparenza sugli appalti in Lombardia, nominato dal presidente della Regione Roberto Maroni per controllare gli affari di Expo. Anzi di più: gli è stata appena affidata una nuova commissione d’inchiesta dopo gli scandali legati a Greganti, Frigerio, Paris e gli altri. Perché Forchetti? Dalle indagini sono emersi i legami stretti tra il generale e il collega ora arrestato Spaziante, ma anche con l’ex consigliere del ministro Tremonti Marco Milanese, “vicinanza” già rivelata ai tempi dell’inchiesta sulla cosiddetta P4. L’altro ufficiale perquisito è stato invece Walter Manzon. E’ attraverso lui, nell’estate 2010, che Spaziante recupera molte delle informazioni che poi rivende – secondo i magistrati – agli imprenditori del Consorzio Venezia Nuova. Manzon era il reggente del comando provinciale di Venezia in quel periodo e quindi era il superiore degli investigatori che avevano appena fatto partire una verifica fiscale sul Cvn. 

Baita: “Bisognava obbedire a regole, io le ho già trovate così”
Poi c’è Piergiorgio Baita, l’ex presidente della Mantovani arrestato lo scorso anno per false fatturazioni, che rilascia un’intervista a La Nuova Venezia. Baita punta l’attenzione su Giovanni Mazzacurati, l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova che, dice, decideva tutto, e una pratica di distribuzione annua di soldi a tutti, circa 100 milioni, per dare una spiegazione allo tsunami giudiziario che ha travolto la città lagunare. “Io non c’entro niente con quello che hanno scoperto. L’ingegnere Mazzacurati – dice Baita – ha raccontato cose interessanti” e poi è giunta a maturazione “la campagna di monitoraggio avviata nel 2009” dagli investigatori. 

Secondo Baita, il problema non è il Mose – “la cosa più sbagliata sarebbe abbandonarlo” – ma il Consorzio: “In questi anni ha sperperato un sacco di soldi distribuendo tangenti e consulenze a tutti. E penalizzando le imprese”. I soldi, dice l’imprenditore, venivano “dal 12% che spetta per legge al concessionario per gli oneri. ma anche da voci specifiche di finanziamento, per studi e sperimentazioni, per il sistema informativo di campo santo Stefano, inutile cattedrale nel deserto costata milioni di euro”. “I soci – spiega Baita – non potevano aprire bocca, decideva tutto Mazzacurati. Bisognava obbedire alle regole e io quelle regole le ho trovate già fatte. le imprese non potevano neanche mettere piede al magistrato alle Acque”.