Era il 16 luglio 2007 quando l’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici presentava in Senato la sua relazione annuale e avvertiva la politica di tenere d’occhio gli appalti del Mose. Poche righe, a dire il vero, che però lette sette anni più tardi e dopo i 35 arresti della Procura di Venezia – compreso il sindaco Orsoni, ai domiciliari, e l’ex presidente del Veneto Galan, in attesa di autorizzazione dalla Camera – fanno un certo effetto: “Permane l’esigenza di vigilare sul puntuale rispetto della ‘apertura al mercato’ dell’intervento di risanamento della laguna con l’applicazione delle procedure a evidenza pubblica per l’appalto dell’impiantistica del MOSE ecc., dal momento che la ‘continuità’ dei finanziamenti sembra sia stata definitivamente assicurata dalle Autorità governative”.

Che cosa significasse vigilare sulla “apertura al mercato” del progetto di dighe mobili anti-acqua alta da 5,4 miliardi di euro lo ha spiegato oggi il presidente dell’Autorità, Sergio Santoro, succeduto a Luigi Giampaolino, che firmò qualla relazione e poi è stato, fino all’agosto 2013, presidente della Corte dei conti. “Nel 2007 abbiamo segnalato a Governo e Parlamento la criticità degli interventi per la laguna di Venezia in relazione a tempi e flussi finanziari che non erano stati rispettati e avrebbero compromesso l’esecuzione delle opere”, ha spiegato Santoro a Effetto Giorno su Radio24. “Il punto è che la legge sul Mose è una legge antica, è dell’84, e contiene un coacervo di deroghe che sono ancora più gravi e più forti rispetto a quelle dell’Expo. Sono deroghe che attengono allo stesso affidamento dei lavori ed è qualcosa che incombe su Venezia da molti anni”. Anche se nella relazione del 2007 l’allarme non è poi così evidente, è una prima risposta a quella fetta di politica che ha commentato gli arresti eccellenti dando al colpa alle norme sugli appalti, “troppo complesse, troppo restrittive, troppo confuse”, recita per esempio il “Mattinale” di Forza Italia. Nel caso del Mose, piuttosto, le regole sono saltate a priori, con opportune deroghe. E negli anni successivi si è aperta – secondo la Procura, corroborata da ampie confessioni dal versante imprenditoriale e non solo – una voragine di tangenti e finanziamenti illeciti bipartisan. 

“Con il Consorzio Venezia nuova“, ha spiegato ancora Santoro, “si fanno anche le ristrutturazioni dei canali. Sottrarre al mercato rilevanti fette di lavori è sicuramente una controindicazione, predispone alla corruzione”. Il Consorzio Venezia Nuova è il soggetto che raccoglie le imprese appaltatrici del Mose, da alcune delle quali, Mantovani costruzioni in testa, partivano i pagamenti in nero per i politici. “Se rimedio si vuole individuare – ha aggiunto il presidente dell’Autorità – è non procedere con deroghe alla normativa, non sottrarre al mercato e alle gare gli appalti, salvo che non vi siano urgenze derivate da eventi climatici o fatti gravi”. 

La legge del 798/1984 prevedeva“nuovi interventi per la salvaguardia di Venezia”, ma è nel 2001 che prende il via il progetto Mose (Modulo Sperimentale Elettromeccanico). Il costo stimato allora, dalla delibera Cipe 121, era di 4 miliardi 191 milioni di euro. Dieci anni dopo, nel 2011, era lievitato di oltre un miliardo e 300 milioni, toccando quota 5 miliardi 496 milioni, secondo il Def 2012-2014. Il 6 dicembre 2001 un entusiasta Galan saluta il verdetto favorevole al progetto finalmente arrivato dal “Comitatone” del governo Berlusconi: “Costerà dai 5 ai 6mila miliardi di lire e sarà pronto in 8 anni“, affrema il presidente della Regione. Ma proprio oggi il sottosegretario alle Infrastrutture Umberto Del Basso De Caro ha così ragguagliato la Commissione ambiente della Camera: “Il sistema Mose sarà ultimato nel 2016”. Quanto ai costi, trasposti dal “vecchio conio” sono ormai il doppio. 

Galan è sempre stato un ultrà del Mose, protagonista di epici scontri con l’allora sindaco di Venezia Massimo Cacciari, ma anche con gli ambientalisti e con i “no global” veneti di Luca Casarini, che nel 2010 ha rimediato una condanna a tre mesi di reclusione (condonata) per “danneggiamento” della grande opera. A posare la prima pietra, il 14 maggio 2003, il premier Silvio Berlusconi. Ma il 22 novembre 2006 sarà il governo Prodi ad assicurare la prosecuzione dei lavori con relativi finanziamenti. Negli anni successivi, di fronte a ogni possibile intoppo di carattere economico o ambientale, Galan non demorde: fermare i lavori “sarebbe una cosa demenziale che ha del delinquenziale”, afferma il 17 luglio 2007 di fronte a una possibile carenza di fondi: ”Sarebbero centinaia di milioni di euro, nostri, buttati al vento; e le unihe a guadagnarci sarebbero le imprese”. Quello stesso anno, il Consorzio Venezia nuova prevede la fine dei lavori per il 2012. 

Ora la procura di Venezia accusa Giancarlo Galan, deputato di Forza Italia, di aver percepito di fatto uno stipendio da un milione di euro l’anno “tra il 2005 e il 2011” da alcune delle ditte appaltatrici, più altre somme e addirittura quote occulte di partecipazione in società a loro legate. Lo raccontano i suoi due grandi accusatori Piergiorgio Baita, ex presidente della Manotovani Costruzioni, e Claudia Minutillo, ex segretaria dello stesso Galan, poi passata in Mantovani. Per i magistrati, in cambio di questa retribuzione il politico è intervenuto in favore del Mose nei passaggi chiave di competenza regionale, come la Valutazione di impatto ambientale.  “Asservendo totalmente l’ufficio pubblico che avrebbe dovuto tutelare”, scrive il gip di Venezia, “agli interessi del gruppo economico criminale, lucrando una serie impressionate di benefici personali di svariato genere”.