L’Iva è una delle imposte più evase. Anche quella su forniture alla pubblica amministrazione. Se l’ente pubblico versasse direttamente l’imposta allo Stato, invece di liquidarla al fornitore assieme al valore della fornitura, si potrebbe recuperare un gettito non indifferente.

di Flavio Delbono* (lavoce.info)

Perché non è una partita di giro

Fonti ufficiali (Consip) quantificano in 136 miliardi di euro, nel 2011, la spesa per acquisti di beni e servizi della pubblica amministrazione. Si tratta della terza voce di spesa, dopo le pensioni e gli stipendi dei dipendenti pubblici. Gli acquisti della Pa sono assoggettati all’Iva e rappresentano una spesa non recuperabile, dato che la Pa non applica l’imposta ai servizi che eroga a pagamento (ticket sanitari, rette scolastiche, e così via).
Poco male, vien da dire, dato che la spesa Iva dello Stato dovrebbe essere controbilanciata da un’entrata di pari ammontare. Un partita di giro, insomma; l’Iva pagata da un ministero dovrebbe pareggiare l’entrata Iva degli uffici fiscali e tale uguaglianza tra entrate e uscite dovrebbe valere anche per l’intera Pa.
Dovrebbe. In realtà, gli incassi sono minori degli esborsi in quanto una parte dell’Iva versata non viene recuperata, per almeno due ragioni. La prima: i fornitori possono trovarsi in situazioni di insolvenza e, addirittura, fallire, rendendo arduo il recupero dell’eventuale credito Iva da parte dell’Agenzia delle Entrate. La seconda ragione attiene all’evasione fiscale, che trova nell’Iva e nell’Irpef i pascoli più capienti e più battuti. Anche tra i fornitori della pubblica amministrazione, così come tra sub-appaltatori delle opere commissionate e pagate dalla Pa, si annidano certamente fenomeni di evasione Iva.

Una proposta semplice

Esiste una soluzione semplice per assicurare che l’esborso Iva della Pa sia esattamente incassato dallo Stato. Si tratta di modificare l’attuale meccanismo di versamento dell’Iva, attribuendolo all’acquirente pubblico. Invece che liquidare l’imposta sul valore aggiunto al fornitore assieme al valore della fornitura, un ente pubblico dovrebbe versare direttamente l’Iva allo Stato, su un apposito capitolo di bilancio. Il fornitore, esentato così da un adempimento fiscale, dovrebbe limitarsi a registrare un credito di pari importo nel suo registro Iva, come se avesse effettivamente versato direttamente quella cifra all’erario.
Il meccanismo sarebbe applicabile a tutti i soggetti della Pa: Stato, Regioni, comuni, Inps e così via, e non richiede alcuna autorizzazione comunitaria poiché, pur essendo l’Iva un’imposta assoggettata alla disciplina europea, non verrebbero modificate né il campo di applicazione né le aliquote, ma soltanto le modalità di (parziale) riscossione e queste rientrano nella potestà nazionale. In buona sostanza, la proposta qui delineata riecheggia il meccanismo del sostituto d’imposta per i redditi da lavoro, mediante il quale il datore di lavoro trattiene alla fonte e versa allo Stato una quota dell’Irpef dovuta dal percettore del reddito.
Azzardo una grossolana stima del potenziale recupero di gettito Iva consentito dall’applicazione della proposta. Considerando prudenzialmente un’aliquota media del 15 per cento sui circa 130 miliardi di spesa pubblica per forniture, il gettito Iva si aggira attorno ai 17 miliardi. Se insolvenze ed evasione fossero responsabili anche soltanto di un 5 per cento di mancati versamenti Iva, sarebbero recuperati all’erario circa 850 milioni di euro. Per la cronaca, in materia di Iva complessiva circolano stime ben superiori circa la dimensione dell’evasione.
Non mi sfugge che quegli operatori (imprese, professionisti) che operano prevalentemente con la Pa potrebbero risultare danneggiati dal nuovo meccanismo di versamento dell’Iva in quanto finirebbero per maturare ingenti crediti nei confronti dello Stato e sperimentare problemi di liquidità. Alla difficoltà si può ovviare agevolmente consentendo a tali operatori di richiedere rimborsi (o effettuare compensazioni) con cadenza infrannuale.

Laurea in Economia e Commercio a Parma (1982); dottorato in economia politica a Siena (1987); P.h. D. in Economics a Oxford (1988). Attualmente professore ordinario di Economia Politica, Dipartimento di Scienze Economiche, Scuola di Economia Management e Statistica, Università di Bologna.