Mio figlio frequenta la prima elementare. Siamo a fine anno, è stanco, sempre meno voglia di fare i compiti e di andare a scuola. È normale. Conta i giorni che mancano alla fine, ci inventiamo qualcosa per rendere la volata meno faticosa. Ieri, durante l’assemblea tra genitori e insegnanti, ci hanno comunicato che la scuola resterà chiusa per le elezioni, quindi venerdì uscirà due ore prima (si vede che quelle due ore servono per impedire una glaciazione) e lunedì mattina di nuovo scuola chiusa per la conta dei danni (lo spoglio, ad opera molto spesso di scrutatori che hanno già un lavoro, ma che la legge gli consente di assentarsi retribuiti, pagati per l’assenza e per scrutinare). Il giorno perso verrà recuperato il prossimo sabato mattina e questa volta va pure bene. Ma ogni volta è sempre la solita dannata storia: le scuole, già allo stremo della sopravvivenza, usate come un’urna elettorale, sulla pelle dei ragazzi che perdono tempo, lezioni, diritto allo studio (mentre palazzetti, biblioteche, auditorium, centri commerciali, sale da ballo, acquedotti, colossei, piazze san marco, stadi olimpici, laghi di garda niente, inutilizzati).

Ma cosa c’entra la scuola con le elezioni? Se solo gli eletti tornassero tra i banchi, per un ripassino, ma nemmeno. Avendo frequentato la stessa scuola di mio figlio, gli racconto che ai miei tempi di fronte all’istituto non c’era l’ufficio postale, le villette a schiera, il supermercato e i palazzi. Non c’era nulla, cioè… era tutto campo, a perdita d’occhio. Una volta, addirittura, la maestra aveva interrotto la lezione per portarci giù a vedere l’aliante che era atterrato. Che meraviglia! Era tutto prato, di tanto in tanto solo qualche ballone di fieno. Ecco, facessero lì i seggi elettorali, in mezzo ai campi.

Devo spiegare a mio figlio cosa c’entra la chiusura delle scuole con le elezioni. Cercherò di spiegargli che l’Italia è fatta anche così: i seggi elettorali invece di stare in mezzo ai balloni stanno in mezzo alle balle.