La notizia del ricorso legale contro cinque hacker al soldo del governo cinese ha fatto precipitare il web in un’atmosfera da guerra fredda. Il copione sembra uscito dal secolo scorso: l’annuncio ufficiale delle autorità americane, le proteste di Pechino, la convocazione dell’ambasciatore americano, la minaccia di ripercussioni sui rapporti tra i due paesi.

La vicenda, salita agli onori delle cronache nelle ultime ore, è stata resa pubblica dal procuratore generale Eric H. Holder Jr, che ha annunciato al mondo l’avvio di un’azione legale nei confronti di cinque membri dell’unità 61398 dell’Esercito Popolare di Liberazione, una sezione specializzata nello spionaggio informatico già finita nel mirino del governo Usa  in altre occasioni. L’accusa è di aver sottratto segreti industriali a numerose aziende statunitensi, tra cui Lockheed Martin, Coca Cola e alcune società che operano nel settore siderurgico ed energetico.

Tutta la questione, però, può essere tranquillamente archiviata sotto la categoria “armi di distrazione di massa”. Lo spionaggio informatico è solo uno dei livelli in cui le grandi potenze economiche si sfidano da anni, mettendo in campo un nuovo tipo di arsenale bellico al cui sviluppo concorrono aziende specializzate di tutto il mondo.

Più che la sdegnata denuncia delle attività di spionaggio industriale da parte del governo cinese,  le repliche della Casa Bianca rappresentano il nuovo e disperato tentativo di ricostruire un minimo di credibilità e fiducia intorno all’operato dei suoi servizi di intelligence, travolti dalle rivelazioni di Edward Snowden.

Insomma: visto che la cara vecchia lotta al terrorismo ha perso il suo appeal nell’opinione pubblica statunitense, l’amministrazione Obama ha pensato bene di giocarsi la carta della concorrenza internazionale. La logica è semplice: se i cinesi ci spiano, abbiamo il dovere di prendere delle contromisure. Anche a costo di sacrificare la privacy dei cittadini. 

La strategia rischia di funzionare. Nell’immaginario dei cittadini a stelle e strisce, infatti, l’importanza della “tutela degli interessi nazionali” è un dogma praticamente indiscutibile. Non è un caso che, oltreoceano, la polemica sulla violazione dei dati personali da parte dell’Nsa abbia suscitato polemiche solo in funzione dell’intercettazione delle comunicazioni dei cittadini americani, senza che sia mai stato messo in dubbio il diritto-dovere del governo di controllare le comunicazioni su internet di chiunque non sia residente negli Usa.

Il problema, però, è che gli Stati Uniti gestiscono, direttamente o indirettamente, buona parte delle infrastrutture e dei servizi che compongono la Rete. Il dato di fondo rimane quindi quello di una Rete trasformata in un campo di battaglia in cui la fiducia in un’Internet aperta, neutrale e democratica si è ormai sgretolata sotto i colpi delle notizie di cronaca. Aziende, istituzioni e semplici cittadini sanno che non devono più guardarsi “soltanto” dai cyber criminali, ma anche dagli hacker governativi e dai sistemi di intercettazione “acchiappatutto” messi in campo da Nsa e soci. Un panorama che potrebbe avere serie ripercussioni sullo sviluppo futuro di Internet. La Rete di domani potrebbe essere molto meno libera e molto meno interessante. E sapremo tutti di chi è la responsabilità.