Molti l’avranno conosciuto come me da ragazzino: con i concerti della Filarmonica della Scala che davano la domenica su Retequattro. Figura alta, gesto misuratissimo, espressione concentrata e occhi socchiusi. Carlo Maria Giulini nasceva 100 anni fa. Per ricordarne il ruolo, centrale nella vita musicale del secondo Novecento, tutte le case discografiche con cui il grande direttore d’orchestra ha collaborato nella sua lunga e feconda carriera hanno ristampato le sue principali interpretazioni.

La Warner ha fatto uscire tutte le incisioni Emi in tre box; la DG da tempo ha messo fuori 2 box con le esecuzioni americane (con le orchestre di Chicago e Los Angeles) e una scelta di quelle con i Berliner e i Wiener; la Sony ha fatto lo stesso con quel molto che aveva in catalogo, le esecuzioni bellissime degli ultimi anni. Insomma, si sta allestendo in grande stile il materiale per la valutazione storicamente corretta di un grande direttore, che ha testimoniato un modo di far musica inusuale, in un contesto, come quello tra gli anni ’50 e ’70, che era ancora dominio dei grandi tiranni della bacchetta.

Profondamente umano, Giulini privilegiava un approccio morbido, collaborativo con le orchestre, del tutto non dittatoriale, cercava con atti concreti di contraddire l’ego smodato di tanti titani della bacchetta vestendo abiti ‘francescani’ e ricordando continuamente che il suo scopo era quello di fare musica insieme ad altri musicisti. Giulini del resto era violista di formazione e aveva suonato dal 1942 nell’orchestra dell’allora Teatro Augusteo di Roma, ed ebbe l’opportunità di studiare tutti i grandi direttori direttamente dal ‘golfo mistico’, dalle loro prove e dai loro concerti. Nel dopoguerra venne chiamato a dirigere l’orchestra Rai di Milano, ma il suo repertorio era principalmente ancora quello operistico, alla Scala abbiamo di lui prove entusiasmanti e storiche, come il celeberrimo allestimento di Traviata con la Callas e regia di Visconti. Dopo una brusca rottura con il mondo operistico alla fine degli anni ’60 Giulini si è rivolto alla direzione di partiture strumentali per moltissimi anni e pervenne a un livello interpretativo eccelso nel repertorio romantico e tardoromantico specialmente tedesco, inusuale per un interprete italiano di quella generazione. Con le migliori orchestre europee e americane iniziò a incidere le sue meditate letture e divenne il beniamino dei pubblici di mezzo mondo sempre mantenendo il suo profilo basso, da gentiluomo dedito al lavoro tutto volto scrupolosamente all’arte.

Per quanto riguarda il lascito discografico il Nostro non è di certo stato un ‘globetrotter’ delle integrali, e ha centellinato esecuzioni in cui si sentiva di poter dire una parola originale, per cui di Bruckner abbiamo solo 4 sinfonie incise, di Schumann una sola, di Mahler solo la Prima e la Nona oltre Das Lied von der Erde. Su Brahms invece l’indagine è stata condotta più volte e a fondo, abbiamo ben due integrali (con la Philarmonia negli anni ’60 e poi con i Wiener negli anni ’80) e due altre sinfonie con Los Angeles. Il suo Brahms è davvero molto idiomatico, ruvido, senza particolari finezze timbriche, ma tutto teso alla miracolosa definizione della forma. La Quarta diventa un polittico di riflessione sulla condizione umana fino alla dirompente conclusione slabbrata, rallentata fino allo spasimo, quasi un’irruzione della morte.

Bellissimi rimangono i suoi Quadri d’una esposizione incisi per ben tre volte, segno dell’attaccamento alla partitura, a ben pensarci abbastanza curioso in un direttore col suo repertorio, ma Giulini era uomo di grande curiosità musicale. Un’ultima parola merita il suo Bruckner. A parte la seconda solitaria e precoce incisione, Giulini ha spesso eseguito le ultime tre sinfonie del maestro negli ultimi anni di carriera, con esiti davvero entusiasmanti, specie nell’Ottava: dall’affresco enorme riesce a trarre fuori molto dell’humor nero contenuto nella partitura, una lettura granitica e decadente nello stesso tempo, assecondata nell’incisione DG dallo spettacoloso suono dei Wiener. Stesso discorso per la Settima e per la Nona, letture avanzatissime, che contraddicono l’immagine ingenua o (peggio) eroica, di tanti direttori che, per parafrasare il compianto Sergiu Celibidache, eseguono Bruckner tutte le sere, ma non lo suonano mai.