Il disegno di legge costituzionale approvato dal Governo, che detta la disciplina del nuovo Senato, affronta certamente due temi molto sentiti dalla opinione pubblica: la semplificazione delle nostre istituzioni e la riduzione dei costi della politica.

Quanto al primo punto, il superamento del bicameralismo perfetto è senz’altro un fatto positivo al fine di velocizzare i tempi di approvazione delle leggi. Destano tuttavia perplessità le modalità con cui viene composto questo nuovo Senato e le sue competenze. Fra le funzioni vi è la votazione delle leggi costituzionali e la elezione del Presidente della Repubblica. Si tratta di funzioni esplicazione di sovranità popolare. In questo Senato avrebbero tuttavia un ruolo decisivo (ben 21 su 148) personaggi nominati dal Presidente della Repubblica, dunque non eletti.

Ora è ben noto che vi sono principii su cui si fonda il nostro ordinamento che sono immodificabili con la procedura contemplata dall’art.138. Fra questi vi è innanzitutto il principio democratico. Già si discusse della legittimazione dei senatori a vita, accettata, pur con riserve, per il loro esiguo numero, del tutto ininfluente. Più in generale si avrebbe ora la anomalia di un Senato che concorre alla formazione di leggi fondamentali, senza essere espressione diretta di sovranità popolare. Il meccanismo di scelta dei senatori è poi in palese violazione dell’articolo 67 della costituzione, secondo cui i parlamentari devono rappresentare l’intera nazione, pur nelle sue articolazioni territoriali. Per tali aspetti questa riforma appare allontanare i cittadini dai centri decisionali della repubblica. Va inoltre aggiunto che l’eguale peso di tutte le regioni ha un senso in una federazione come quella americana in cui i singoli stati hanno poteri sovrani, ma viola chiaramente il principio democratico in una repubblica come la nostra in cui le regioni non sono stati. Il tutto a tacere del diverso trattamento per senatori e deputati circa le immunità previste dall’art.68. 

Quanto al secondo aspetto, il contenimento delle spese, la riforma non corrisponde ai risultati annunciati. A regime produrrà un risparmio di 77 milioni di euro, il valore cioè di tutte le varie indennità abolite, ben lontani tuttavia dai 500/1000 milioni sbandierati dal Governo. Si calcoli peraltro che il bilancio del Senato è complessivamente di 540 milioni di euro di cui una parte rilevante è fissa, trattandosi di spese previdenziali e stipendi del personale. Senza dire che difficilmente i 148 senatori verranno e soggiorneranno a Roma gratis. Una riforma che avesse ridotto della metà deputati e senatori, mantenendone il carattere elettivo e diversificandone le funzioni, avrebbe comportato un risparmio di spesa doppio. 

Temo che esca da questa proposta governativa un pasticcio dall’indubbio impatto demagogico.

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