L’Italia è una nazione strana. Non riusciamo a pagare i piccoli imprenditori o a fornire carta igenica ai bambini, ma ogni tanto ci viene in mente di partire alla grande con progetti di dubbia utilità e scientificità.

Siamo a Porto Tolle, provincia di Rovigo, il parco naturale che ha ospitato a lungo una centrale ad olio combustibile Enel. Sono state le irregolarità operative in quella centrale che hanno causato la condanna in primo grado a tre anni per Paolo Scaroni, ex Ad dell’Enel e oggi al vertice di Eni, e a cinque anni di interdizione dai pubblici uffici per lo stesso.

Secondo il sito Carbon Capture e Sequestration del Mit qui a Porto Tolle è ora in progetto una centrale per lo stoccaggio di anidride carbonica, un progetto di “CCS”.

Si vorrebbe infatti convertire la centrale in un impianto a carbone “pulito” e catturare le emissioni di CO2 dai gas effluenti, per poi comprimerli, convogliarli e iniettarli in un acquifero salino in Adriatico. La CO2 viaggerà lungo una conduttura di 120 chilometri e lo stoccaggio “geologico” sottoterra sarà per sempre.

Per sempre.

Notare che prima si chiamavano centrali a carbone. Adesso sono centrali a carbone pulito. Costo previsto? 2 miliardi e mezzo di euro, di cui solo 100 milioni dall’Ue. Il progetto è dettagliato qui.

Si parla di iniziare nel 2015, anche se il ministero dell’Ambiente lo scorso gennaio ha bocciato la procedura autorizzativa, di modo che l’Enel dovrà ora presentare un nuovo studio di impatto ambientale. Io non so a chi vengano in mente queste fantasie/incubi ma la domanda che mi pongo è: ma con tutto quello che di buono ci si potrebbe fare in Italia con 2 miliardi e mezzo di euro, proprio a una centrale di stoccaggio di anidride carbonica devono pensare?

E sopratutto, con quali rischi per la collettivita’?

Il 18 giugno 2012 comparve su Pnas – Proceedings of the National Academy of Sciences, una delle riviste di scienza più prestigiose – un articolo di Mark Zoback e Steven Gorelich, professori a Stanford, dove affermavano che: “La nozione di poter mitigare gli effetti nocivi delle emissioni di CO2 con lo stoccaggio del gas sottoterra non è pratica perché il processo sarà probabile causa di terremoti che rilascerebbero il gas comunque.”

Cioè la fatica di Sisifo. Fai e disfai. Con terremotini di mezzo.

Zoback e Gorelich aggiungono che il problema non è che con il CCS ci saranno terremoti di intensità elevatissima. Piuttosto, visto che la crosta terrestre è in equilibrio precario anche piccole variazioni nelle pressioni sotterranee, e quindi anche piccoli e medi terremoti, possono avere gravi conseguenze per i siti di stoccaggio, aprendo alla CO2 via di fuga nel sottosuolo che magari possono arrivare in superficie.

Secondo i due, un terremoto di intensità 4 Richter che potrebbe portare a pochi danni visibili, potrebbero invece spostare le rocce del sottosuolo anche di un paio di centimetri, distanza sufficiente a formare canali sotterranei, a compromettere l’integrità del sito di stoccaggio, e al rilascio di CO2 dal sito di stoccaggio.

Come sempre, occorre ricordare che questi siti di CCS devono essere costruiti per durare non per uno o cinque o venti anni. Ma per sempre. E quindi: il gioco vale la candela?

Secondo Zoback e Goreclich seppure tutto fosse a tenuta perfetta, ci vorranno almeno 3.500 siti di stoccaggio al ritmo di un milione di tonnellate di CO2 iniettata all’anno per ciascuno, di essi e al costo di un trillardo di dollari – cioè mille miliardi di dollari – per avere un qualche tipo di impatto sulle riduzioni di CO2 in atmosfera.

La conclusione di Zoback e Gorelick?

“Let’s do all of those things that we know will be beneficial and will have long term payback. Wind and solar are now getting competitive with fossil fuels […] In 40 years we could be using all renewables. I think CCS in comparison is just too expensive and too risky.”

Qui link e immagini su Porto Tolle e la sismicità indotta.