È stato detto giustamente che le Costituzioni sono delle polemiche, che negli articoli delle Costituzioni, c’è sempre, anche se dissimulata dalla formulazione fredda delle disposizioni, una polemica. Questa polemica di solito è una polemica contro il passato, contro il passato recente, contro il regime caduto da cui è venuto fuori il nuovo regime. Se voi leggete la parte della Costituzione che si riferisce ai rapporti civili e politici, ai diritti di libertà voi sentirete continuamente la polemica contro quella che era la situazione prima della Repubblica, quando tutte queste libertà, che oggi sono elencate, riaffermate solennemente, erano sistematicamente disconosciute: quindi polemica nella parte dei diritti dell’uomo e del cittadino, contro il passato. Ma c’è una parte della nostra Costituzione che è una polemica contro il presente, contro la Società presente. Perché quando l’articolo 3 vi dice “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana” riconosce, con questo, che questi ostacoli oggi ci sono, di fatto e che bisogna rimuoverli. Dà un giudizio, la Costituzione, un giudizio polemico, un giudizio negativo, contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare, attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale, che la Costituzione ha messo a disposizione dei cittadini italiani. Ma non è una Costituzione immobile, che abbia fissato, un punto fermo. È una Costituzione che apre le vie verso l’avvenire, non voglio dire rivoluzionaria, perché rivoluzione nel linguaggio comune s’intende qualche cosa che sovverte violentemente; ma è una Costituzione rinnovatrice, progressiva, che mira alla trasformazione di questa Società, in cui può accadere che, anche quando ci sono le libertà giuridiche e politiche, siano rese inutili, dalle disuguaglianze economiche e dalla impossibilità, per molti cittadini, di essere persone e di accorgersi che dentro di loro c’è una fiamma spirituale che, se fosse sviluppata in un regime di perequazione economica, potrebbe anch’essa contribuire al progresso della Società. Quindi polemica contro il presente, in cui viviamo e impegno di fare quanto è in noi per trasformare questa situazione presente.” 

È ripensando a questo discorso di Calamandrei, pronunciato nel 1955 per gli studenti milanesi, che mi spunta un sorriso, amaro e un po’ beffardo, pensando a Renzi e al suo entourage che si scagliano contro i professoroni che osano criticare la combinazione tra legge elettorale e proposta di riforme istituzionali. Soprattutto viene da sorridere perché l‘accusa mossa a chi non applaude al fare del leader è quella di non voler cambiare niente, anzi, per bocca del ministro Boschi, di non aver permesso alcun cambiamento negli ultimi trent’anni. Come se cambiare fosse un valore assoluto, come se bastasse cambiare e non importasse la direzione del cambiamento.

La supponenza renziana evidenzia poi, se mai ve ne fosse bisogno, i problemi di metodo di una modifica costituzionale ad opera di un Parlamento e di un Governo che tutto sono tranne che legittimati a toccare gli equilibri istituzionali. Rammentare infatti che vi è una sentenza della Consulta che ha bocciato la legge elettorale che ha garantito di fatto la nomina di questo Parlamento o che il Presidente del Consiglio è stato designato in virtù di mere dinamiche interne ad un partito dovrebbe essere sufficiente ad impedire ad entrambi qualsiasi iniziativa sulla Carta Costituzionale.

Ma, oltre a questo, non mancano problemi di merito. Se l’obiettivo della riforma è garantire la governabilità, qual è il senso di modificare la struttura parlamentare?

Parlamento e Governo sono enti distinti, dalle funzioni e dalla composizione diversa non certo per capriccio dei costituenti, ma per precise finalità istituzionali. Se l’esecutivo deve essere preferibilmente omogeneo per poter prendere decisioni velocemente, in armonia, e proporle tramite iniziativa come leggi o, in particolari casi di necessità e urgenza (anche se ultimamente questo inciso è stato ignorato), con i decreti legge, il potere legislativo deve invece essere esercitato da un organo rappresentativo della popolazione, così che le leggi siano frutto di un processo democratico che parte dalla cittadinanza e ne componga, valorizzandole, tutte le anime, dal momento che ad essa si rivolgeranno le norme, una volta promulgate.

Tra Parlamento e Governo intercorre un rapporto di fiducia, che però non può confondere l’essenza dei due organi. E se si vuole garantire la stabilità del secondo, è miope se non autoritario svuotare di significato il primo. Se davvero lo scopo della riforma è assicurare governabilità, si agisca sul vincolo fiduciario, prevedendo – ad esempio – istituti altrove sperimentati come la sfiducia costruttiva o concependone di nuovi, senza ridurre la (già esigua) rappresentatività delle Camere.

Invece, sembra che la nuova compagine governativa, sull’esempio delle precedenti, confonda i piani strutturali e giustifichi questo scempio riempiendosi la bocca di modelli istituzionali sperimentati in tutt’altri contesti storico-politici.

Insomma, delle due l’una: o il novello salvatore della patria non ha alcuna nozione di quale sia il ruolo del Parlamento oppure, pur conoscendolo, lo reputa del tutto inutile. E prova di questo declassamento delle Camere è una legge elettorale che ignora il Senato, dando per scontato che l’iter di riforma costituzionale debba terminare con l’approvazione del progetto di modifica istituzionale e lasciando dunque supporre che deputati e senatori non siano per Renzi altro che passacarte obbligati a votare quel che il segretario del loro partito ha deciso per loro.

Da questo pericoloso eccesso di decisionismo pare essere affetto anche il presidente della Repubblica, che ha dimostrato di non limitarsi più a nominare il presidente del Consiglio emerso dalle consultazioni, ma di approfittare di quell’occasione per imporlo alle Camere, introducendo un’anomala prassi secondo cui il garante della Costituzione diventa ora membro effettivo del governo, anche attraverso incontri totalmente estranei alla dialettica istituzionale delineata dalla Costituzione.

Insomma, né Renzi, né Napolitano (né altri prima di loro) hanno compreso davvero la struttura istituzionale della nostra Repubblica. Non è questa una colpa marginale: la democrazia non è un fine, ma un mezzo, non è merito, ma metodo. Trascurare, quando non deliberatamente violare, l’equilibrio dei poteri equivale a distruggere il lavoro di chi ha speso la propria vita per concepirlo e renderlo attuabile. Non basterebbe “fare bene” per riscattare questa colpa, figuriamoci “fare” e basta.