E’ innegabile che Matteo Renzi dimostri una volontà di cambiamento radicalmente diversa da quelle dei suoi predecessori e che, stando anche ai sondaggi, questo gli procuri un consenso diffuso nel paese. Al netto della verifica dell’effettiva volontà di cambiamento (che si potrà valutare con certezza solamente una volta che i provvedimenti verranno finalizzati) e della capacità di coagulare il consenso parlamentare per approvare i provvedimenti, è innegabile che la riforma radicale del Senato, la riforma elettorale e l’abolizione delle Province siano misure significative e largamente desiderate dalla gran parte degli italiani e che il passo con il quale Renzi mostra di volerle attuare sia encomiabile.

Bene che ci sia un presidente del Consiglio che finalmente metta mano alla struttura dello Stato obsoleta e costosa e che nel farlo ci metta la faccia; anche la rinuncia alle sabbie mobili della concertazione infinita mi sembra un passo verso una vita politica più moderna, nella quale chi è delegato a governare lo fa utilizzando nel modo che ritiene migliore l’autorità che gli è stata conferita e che se perde il consenso elettorale va a casa; è abbastanza scontato che se Renzi fallisse uscirebbe per sempre dalla politica tra fischi e lanci di pomodori, rischi che non hanno corso i suoi colleghi precedenti, sempre attenti a non pestare troppi piedi e a non farsi nemici.

Fin qui, secondo me, tutto bene e, come ebbi a sostenere in un post precedente, in Renzi bisogna sperare in quanto ultima spiaggia prima di rassegnarsi a sprofondare definitivamente nelle sabbie mobili dell’immobilismo, si riveli esso in un attaccamento morboso a tutta la Costituzione nei suoi dettagli anche più storicamente superati oppure in un rifiuto ostinato di qualsiasi modernizzazione dei rapporti sociali o degli apparati pubblici.

Un punto sul quale, invece, Renzi non mi ha ancora convinto è su quale idea della società egli abbia in mente e voglia attuare. Su questo le premesse mi sembrano preoccupanti: guardando infatti ad alcuni provvedimenti annunciati, quale la riduzione degli stipendi dei dirigenti degli enti e i prepensionamenti nella pubblica amministrazione oppure a quelli ventilati, quale un ulteriore prelievo sulle pensioni, sembra che l’approccio sia puramente quantitativo e non meritocratico.

Nessuno contesta che ci siano dirigenti nel pubblico troppo retribuiti rispetto alle mansioni che espletano e soprattutto rispetto ai dirigenti del privato, i quali tra l’altro neppure si sognano le garanzie che i primi hanno, o anche ai lavoratori autonomi che rischiano sulla propria pelle; tuttavia anche tra i dirigenti pubblici, statisticamente e direi anche senza ombra di dubbio, ci sono persone che si meritano e guadagnano tutto lo stipendio che prendono e altri che neppure si meriterebbero quello ridotto; invece, non sapendo e volendo capire, sembra si spari nel mucchio: meglio qualche innocente morto che qualche colpevole impunito?

A nessun amministratore di un’azienda privata verrebbe in mente questo approccio iniquo e anche autolesionista; per l’efficienza dell’azienda non avrebbe nemmeno un istante di esitazione a retribuire profumatamente un direttore commerciale che gli aprisse nuovi e remunerativi mercati e contemporaneamente a licenziare (non ridurre lo stipendio, mandare proprio a casa) un direttore di ricerca e sviluppo che non fosse capace di industrializzare i prodotti venduti dal collega, così vanificandone l’attività.

Una certa leggerezza di Renzi e delle sue ministre Boschi e Madia si rivela anche nell’approccio annunciato ai tagli delle spese; nella struttura pubblica siedono vicini  di scrivania impiegati volenterosi ed efficienti, sottopagati rispetto a ciò che fanno e persone che non ne hanno proprio voglia; ci sono apparati dello Stato dove il personale è insufficiente e corpi nei quali il numero di persone è anche vistosamente ridondante.

Ma la ministra Madia ritiene tutti intercambiabili; prepensionabili in base all’età indipendentemente dal contributo che danno, mentre la ministra Boschi, alle critiche di Grillo circa le finte riduzioni delle province, ha chiesto retoricamente a Otto e mezzo di venerdì 28 Marzo: “Cosa voleva Grillo, che mettessimo in strada 32 mila famiglie?”

Le rispondo io ministra: così come gli enti non sono tutti sovrappopolati o tutti carenti di organico e come gli impiegati pubblici non sono tutti alacri o tutti inutili e i dirigenti non sono tutti remunerati oltre i propri meriti o tutti da conservare nel loro stato, così l’alternativa non è tra continuare a pagare stipendi pubblici oppure licenziare da oggi a domani. L’aurea mediocritas suggerisce per esempio la via degli ammortizzatori sociali, strumento che le aziende soffocate dalla tassazione, necessaria per mantenere appunto quei costi che la Boschi considera intoccabili, ogni tanto devono utilizzare.

Infine, anziché correggere il provvedimento scriteriato in materia previdenziale (ammesso che in Italia sia ancora possibile parlare di previdenza) del governo precedente (deindicizzazione e prelievi di “solidarietà” indifferenziati) si mantiene nel novero delle possibilità un ulteriore prelievo basato esclusivamente sul “quantum” degli assegni, anche qui trascurando che ci sono pensioni molto generose affiancate a pensioni avare rispetto ai contributi versati.

Dò ancora a Renzi il beneficio del dubbio: è possibile e anche ragionevole che solo dopo avere dato prova di non voler preservare i privilegi dei politici, si senta e sia legittimato a intervenire in maniera selettiva su privilegi e meriti dei cittadini e spero che lo farà; se così non fosse proseguirebbe con una storica sottovalutazione dei meriti che ha le sue radici già nel fascismo e che poi si è ben sviluppata con il compromesso storico tra Dc e Pci; credo che questo approccio sia il cancro che sta corrodendo la nostra società.

Comprendo che alcune parti della popolazione siano ancorate al concetto che la povertà, se estesa a tutti, sia una bella cosa, ma io preferirei che fosse garantita a tutti la possibilità di arricchirsi secondo i propri meriti ed è così che funziona in molti altri paesi, mentre il suo contrario ha dato prova, regolarmente, di fallire miseramente.

Lunga vita all’ “intraprendenza” di Renzi, purché ci traghetti verso una società dinamica e altrettanto intraprendente, basata cioè sul riconoscimento dei meriti da pari opportunità anziché sull’appiattimento e la categorizzazione.