Con un ottimo articolo pubblicato sul numero di Internazionale attualmente in edicola, il giornalista francese Yannick Haenel analizza in modo spietato, ma convincente gli effetti della crisi sul nostro Paese, preso come precursore e laboratorio di un più generalizzato fenomeno di “morte della politica”, caratterizzato dall’insediamento delle oligarchie al posto dello Stato.

La democrazia viene sostituita dalla demagogia, che costituisce a sua volta solo una caricatura della politica. Quell’ammasso disperato e abbandonato a se stesso di frustrati, masochisti ed analfabeti di ritorno che rispondeva al nome di popolo italiano pare in effetti finito nelle mani del peggiore demagogo possibile. Sembrava impossibile, ma Matteo Renzi, con i suoi toni ricattatori, l’approssimativismo e l’ignoranza fatti sistema, la ricerca del colpaccio ad effetto sulla fragile psiche dell’audience a scapito di ogni riflessione seria, finirà per farci rimpiangere Enrico Letta, per non parlare di Mario Monti che al confronto sembra Einstein redivivo.

Basti prendere in considerazione i due principali attuali campi di azione del nostro novello Conducator alla fiorentina.

In primo luogo, la questione del lavoro, con l’eliminazione di ogni residua garanzia del posto di lavoro e la generalizzazione sfrenata del precariato, attuate con il cosiddetto Jobs Act, che già nell’approssimativo scimmiottamento della lingua inglese tradisce l’aspirazione a riprodurre, se possibile in peggio, il modello anglosassone produttore di working poor. Nell’ingenua (?) aspettativa che in tal modo si ridurrà la disoccupazione, determinata da fattori strutturali che ancora una volta ci si rifiuta di affrontare. E in contrasto con voci assennate, perfino quella del governatore della Banca d’Italia, il quale ha onestamente ribadito un fatto incontrovertibile, e cioè che la stabilità del lavoro costituisce una base indispensabile anche per l’accrescimento della produttività. Oltre che, aggiungo io, per la salvaguardia della dignità umana, che se vogliamo è anche più importante.

In secondo luogo, e su questo Renzi fa il viso dell’arme, anche di fronte alle legittime critiche e riserve di Grasso, l’abolizione del Senato, ridotto a un’informe assise composta da sindaci, presidenti di Regione e ben ventuno nominati dal Governo sull’esempio innovativo dello Statuto albertino. Una riduzione di democrazia, malamente giustificata con l’esigenza di risparmi, da cui traspare la maldestra volontà di cavalcare in qualche modo il giusto risentimento della gente nei confronti della classe politica. Un po’ come amputarsi un braccio per curare un raffreddore.

Su entrambi i terreni menzionati i giuristi democratici, nel nome dello Stato sociale di diritto e di una democrazia articolata e funzionale, propongono una controffensiva che si nutre anche di precise proposte alternative.

Contro il Jobs Act avvocati del lavoro di grande esperienza come Carlo Guglielmi e Pierluigi Panici stanno preparando una denuncia alla Corte di giustizia dell’Unione Europea per violazione delle normative comunitarie in materia di contratti termine e di formazione e l’apertura di una conseguente procedura di infrazione a carico dello Stato italiano. Proposta che sta raccogliendo molti consensi fra i movimenti dei precari e forze politiche sensibili come il Movimento Cinque Stelle e la Lista Tsipras.

Per quanto riguarda il Senato, Domenico Gallo e Pietro Adami hanno messo invece a punto una proposta alternativa, che salvaguarda il carattere di rappresentatività popolare diretta dell’organismo, cui vanno attribuite funzioni distinte da quelle della Camera, ma che resta su di un piede istituzionale di assoluta priorità con questa, valorizzandone il ruolo di tutela della dialettica democratica e delle minoranze, altrimenti schiacciate dalla legge elettorale maggioritaria. Consentendo in particolare l’intervento  sulle leggi costituzionali, quelle relative ai diritti fondamentali, quelle relative alla nomina degli organi di garanzia e quelle di iniziativa popolare, le quali ultime devono ricevere un’attenzione ben maggiore di quella finora loro attribuita.

Ben più consistenti risparmi di spesa potranno, peraltro, essere ottenuti con una riduzione generalizzata del numero dei parlamentari e delle loro eccessive prebende.

Entrambi le proposte accennate saranno presto disponibili sul sito web dei giuristi democratici.