In questi giorni ho distribuito le pagelle. Mentre ero costretto a scrivere dei numeri su quegli sterili fogli chiamati “documento di valutazione” mi tornava in mente quel timbro usato dal maestro Alberto Manzi sulle pagelle dei suoi alunni: “Fa quel che può. Quel che non può non fa”.

Manzi, il maestro con il quale miglia di italiani hanno conseguito la licenza elementare seguendo la  trasmissione sulla Rai “Non è mai troppo tardi”, nel 1981 decise di non adeguarsi ai decreti del Ministero che richiedevano giudizi per i suoi alunni.

A chi gli chiese spiegazioni, rispose: “Non posso bollare un ragazzo con un giudizio, perché il ragazzo cambia, è in movimento; se il prossimo anno uno legge il giudizio che ho dato quest’anno, l’abbiamo bollato per i prossimi anni”.

Quella disobbedienza costò cara al maestro Manzi: fu sospeso dall’insegnamento e dalla paga per alcune settimane. E quando il Ministero si mostrò contrario alla valutazione timbrata Manzi rispose: “Non c’è problema, posso scriverlo anche a penna”.

Sono passati ventidue anni ma la scuola italiana continua ad avere delle schede di valutazione che etichettano i nostri ragazzi, senza tener conto dei loro percorsi, dei piccoli passi che Marco ha fatto dall’inizio dell’anno; del contesto in cui vive Mirko che in casa non solo non ha i libri ma nemmeno la libreria. Come posso giudicare le competenze di Shiva in italiano: è arrivato dall’India un anno fa, a casa i genitori parlano indiano, nessuno lo aiuta a fare i compiti. La scuola italiana, per lui, non ha messo a disposizione un mediatore culturale, qualcuno che conosce la sua lingua, qualcuno che potrebbe aiutarlo molto più di me ad apprendere l’italiano a partire dalle sue capacità linguistiche. Shiva per me ha dieci, per la scuola italiana cinque forse sei.

Quando il papà di Simone, disoccupato, semianalfabeta, con un’infanzia tra un collegio e l’altro, viene a ritirare la pagella, vorrei poter donare alla loro famiglia la speranza che Simone potrà farcela. Certo, non sa bene i romani e i babilonesi perché a casa nessuno lo aiuta a studiare, ma in classe è uno dei più attenti. Appunto, fa quel che può, quel che non può non fa.

Non ho il timbro del maestro Manzi ma spesso mi son ritrovato a dare “otto” e “nove” a chi mi ha dimostrato di non arrendersi, di provarci, nonostante le difficoltà.

L’Italia di Manzi non è cambiata dall’Italia di oggi. Nelle nostre classi ci sono ancora figli di analfabeti, di genitori che non sanno usare un personal computer; ragazzi che non frequentano le librerie, i musei.

Forse abbiamo bisogno di rimettere in discussione seriamente i nostri parametri di valutazione. Abbiamo bisogno di maestri più rivoluzionari, che rileggano i libri di Manzi.

Il maestro di “Non è mai troppo tardi” scriveva: “La rivoluzione è una perpetua sfida alle incrostazioni dell’abitudine, all’insolenza dell’autorità incontestata, alla compiacente idolizzazione di sé e dei miti imposti dai mezzi di informazione. Per questo la rivoluzione deve essere un evento normale, un continuo rinnovamento, un continuo riflettere e fare, discutere e fare”.

Ecco, cari maestri, proviamo a essere un po’ più rivoluzionari!