Da qualche settimana il ministro del Lavoro Enrico Giovannini conduce un suo personale esperimento sociale. Quando incontra imprenditori, banchieri, ma anche lavoratori dipendenti o casalinghe chiede: “Secondo lei, quand’è che si può dire che è arrivata la ripresa?”. Le risposte sono varie: quando il Pil tornerà a salire, quando ci sarà un drastico taglio delle tasse, quando calerà la disoccupazione. Non c’è una risposta giusta o una sbagliata, così come non c’è un confine netto tra la notte e l’alba. Perché l’economia è fatta di numeri, ma dietro i numeri ci sono persone le cui scelte di vita (assumere, licenziare, sposarsi, fare figli, cambiare l’auto o la lavatrice) sono determinate dalle emozioni assai più che da modelli econometrici e provvedimenti governativi.

E’ ora di essere ottimisti o pessimisti? Alcuni dati: il mercato dell’auto italiano a gennaio ha registrato una crescita del 3,24 per cento rispetto a un anno fa dopo un aumento dell’1,3 a dicembre. I beni durevoli come le auto sono i primi cui si rinuncia quando la recessione spaventa e gli ultimi che si ricominciano a comprare. La disoccupazione giovanile nella fascia 15-24 anni è al 41,2 per cento, in aumento di 4,2 punti rispetto allo stesso periodo del 2012 ma in calo dello 0,1 rispetto a dicembre. Dobbiamo esultare per un così minuscolo miglioramento? No, ma sempre meglio di niente. Il governo attende con ansia il momento in cui l’Istat pubblicherà i dati sul Pil dell’ultimo trimestre 2013. La recessione si è fermata a ottobre, con una crescita zero. E ora la ricchezza prodotta dovrebbe tornare a crescere. I posti di lavoro non si materializzeranno dal nulla, per tornare ai livelli di produzione industriale del 2007 ci vorranno ancora anni, ma la caduta si è fermata. “E quindi? A noi che interessa?”, chiederanno migliaia di cassintegrati e di ragazzi con partita Iva e poche centinaia di euro al mese. Nel concreto cambia poco, ma la battaglia contro la crisi è anche psicologica.

In questi anni ci siamo tanto abituati a raccontare la caduta verticale della nostra economia (tra spread, suicidi, fallimenti, buchi) che non abbiamo più neppure il linguaggio per spiegare fenomeni diversi. Mutamenti che invece bisogna intercettare per tempo, per capire, per esempio, se dobbiamo chiedere ai lavoratori di tagliare i salari (vedi caso Electrolux) o sollecitare le imprese ad aumentarli perché la domanda interna sta ripartendo e c’è un mercato potenziale inespresso.

Il governo però dovrebbe aiutare il Paese a farsi la giusta idea della congiuntura invece che deformare numeri e prospettive in base alle proprie esigenze del momento, di solito per mascherare coperture di spesa abborracciate e riforme rinviate.

Twitter @stefanofeltri

Il Fatto Quotidiano, 5 febbraio 2014