La popolazione dei paesi industrializzati fortemente colpiti dalla crisi è di questi tempi frastornata dalle contradditorie notizie che arrivano quotidianamente da destra e da manca. Da un lato arrivano in forma di vero e proprio bombardamento mediatico le notizie rassicuranti sulla ripresa economica, fornite sistematicamente dall’informazione ufficiale, dall’altro lato si contrappongono invece le notizie, decisamente meno confortanti, che provengono da economisti che vedono come possibile (e probabile!) in tempi anche abbastanza brevi, una nuova crisi di grandissime proporzioni che potrebbe interessare tutto il globo.

Inutile dire che le due visioni sembrerebbero antitetiche sul piano della logica, ma non lo sono se viste sul piano degli interessi a cui si riferiscono. In prima battuta si potrebbe già agevolmente vedere, nel primo caso, l’interesse della politica e di chi è al potere, che ha bisogno di rassicurare la popolazione e i mercati. Dall’altro lato ci sono invece economisti senza responsabilità istituzionali che fanno semplicemente il loro lavoro coi numeri e che vedono nel trend dell’ economia globalizzata un inevitabile punto di rottura non identificabile esattamente sul piano temporale, a causa delle molteplici variabili che lo interessano, ma che nondimeno, se non si interviene a modificare il trend di sviluppo, ha carattere di certezza.

Come al solito preferisco, nei miei commenti, non inserire troppe cifre al fine di non annoiare il lettore. Le cifre ci sono, e finché internet sarà di libero accesso non è difficile trovarle. Comunque, anche se le mettessi, ci sarebbero sempre altre cifre in contraddizione, fatte circolare su “corazzate” mediatiche da chi ha interesse a negare questi studi (vedi sopra), che renderebbero comunque estremamente difficile un libero e sereno confronto.

Per fare un semplice esempio mi viene in mente il recentissimo episodio della Electrolux (vedasi anche il mio precedente articolo: “Electrolux, lavoro pagato a metà. A quale scopo”). In questa particolare situazione vediamo per intero la contradditorietà del caso.

Guardandolo dall’ottica aziendale centrata sulla competitività del costo del lavoro, è innegabile che il differenziale tra il costo del lavoro in Italia e il costo del lavoro in Polonia potrebbe sembrare sufficiente a giustificare, nel presente, la convenienza di un trasferimento della fabbrica in Polonia. Ma sul piano più ampio della strategia aziendale complessiva non c’è solo il costo del lavoro da considerare, anche se è sempre una variabile molto importante, ci sono anche molteplici altri fattori, come la localizzazione, l’indotto, la facilità di reperimento di tecnici specializzati, il costo dell’energia, l’accesso al credito, le tasse, ecc.  Già tutte queste cose, seriamente considerate e ponderate col loro peso effettivo, potrebbero mettere in serio dubbio la reale convenienza del trasferimento, ma c’è un ulteriore aspetto di cui finora nessuno (che io sappia) ha parlato: ammesso (e non concesso) che il differenziale sul costo del lavoro renderebbe il trasferimento in Polonia conveniente alla Electrolux, come farebbe poi lo stabilimento polacco a sostenere, in base allo stesso criterio, la concorrenza dei mercati del lavoro orientali, sud-americani e (tra breve) africani che costano in certi casi meno della metà di quello polacco?

Ecco, il caso Electrolux è proprio perfettamente esemplificativo di ciò che sta accadendo nel mondo a causa della globalizzazione selvaggia.

Moltiplicando questo caso per mille, o per un milione, tante sono le aziende che si trovano nella stessa situazione della Electrolux, si capisce agevolmente perché gli economisti suonano il campanello di allarme mentre tutti, o quasi, i politici al potere non vogliono proprio ascoltare, facendo come le famose tre scimmiette (non vedo, non parlo, non sento).

Troppo complicato, per politici che non siano formati ad una ideologia sociale di base, intervenire controcorrente chiudendo completamente le frontiere (come si faceva ancora fino a tutta la metà del secolo scorso, al tempo dei dazi doganali) o almeno, regolando significativamente il flusso in uscita delle imprese produttive, al fine di sostenere il mercato del lavoro e dei consumi interno. Anzi, è del tutto evidente che persino governanti non completamente votati al libero capitalismo (come Obama) vedano invece tuttora nella completa liberalizzazione dei mercati l’ “opportunità” per la ripresa economica. (Che sarebbe come liberalizzare l’uso della droga in un campus già infestato da un’alta percentuale di drogati). Le imprese producono ricchezza per la popolazione solo nel luogo dove fanno la produzione. Se vanno all’estero a produrre, la ricchezza si sposta all’estero. Questo è un dato inconfutabile.

E’ vero che anche gli altri popoli hanno diritto a costruirsi una vita indirizzata all’eudemonia (*)  (gli americani ce l’hanno persino scritto nella Costituzione), ma pensare di farlo nel corso di una sola generazione o due spostando la ricchezza da un continente ad un altro, e lasciando impoverire il precedente, è a dir poco criminale, perché porta a sconvolgimenti sociali di portata continentale.

Ma ciò non sembra preoccupare il grande capitalismo. Loro sembrano anzi vedere nella globalizzazione la loro occasione storica per realizzare una forma particolare di eudemonia plutocratica raggiungibile attraverso la restaurazione del potere e della ricchezza nelle mani di pochi.

Se ai popoli fino al secolo scorso toccava il grave destino di fornire la “carne da cannoni” per la gloria e il potere dei loro re, imperatori, cortigiani e saltimbanchi, a quelli della futura generazione in fondo tocca solo l’onere di “tirare un po’ la cinghia”, perciò possono fare a meno di lamentarsi, in fondo tutti hanno l’opportunità di diventare ricchi, no?

(Questo però e’ importante che tutti continuino a crederlo davvero possibile, altrimenti tutto il castello dell’eudemonia plutocratica crollerebbe rapidamente e risorgerebbero le orribili ghigliottine!). 

(*) eudemonia = felicità intesa come fine naturale della vita