Fa bene ad esultare l’ex-ministro Claudio Scajola, fresco d’assoluzione dall’accusa di finanziamento illecito nella vicenda dell’acquisto dell’ormai leggendaria casa con vista Colosseo. “Un Ministro non può sospettare di abitare in una casa pagata in parte da altri” – furono le sdegnate parole con cui Scajola annunciò le sue (seconde) dimissioni nel maggio 2010. All’epoca le due ex-proprietarie dell’immobile – mai denunciate dall’ex-ministro per calunnia, per inciso – avevano messo a verbale l’incasso di circa 1.700.000 euro nella compravendita, in linea coi prezzi di mercato. Solo 850mila però da contanti e assegni circolari riconducibili a Scajola, i restanti 900mila euro in 80 assegni circolari versati dall’architetto Zampolini, professionista al soldo dell’imprenditore Diego Anemone, che nel medesimo processo è risultato prescritto

Certo, fosse vero il prezzo “in chiaro” di appena 610mila euro sancito dall’atto notarile si sarebbe trattato dell’affare del secolo. Mettiamo pure che un po’ di soldi siano transitati in nero per evadere le tasse, peccatucci veniali anche per un ministro della Repubblica. Ma i magistrati hanno pensato a qualcosa di peggio. Per quanto imponderabili siano le ragioni che spingono alla beneficenza, si sono chiesti perché un imprenditore tanto abile nel rastrellare i lucrosi appalti emergenziali della Protezione civile individuasse proprio nel potente politico savonese un bisognoso da gratificare con circa un milione di euro.

Si è giunti addirittura a sospettare che quella donazione immobiliare fosse la contropartita di una sottostante corruzione, ma nessun “atto d’ufficio” o “contrario ai doveri d’ufficio”, nella pur lunga e poliedrica carriera di Scajola, poté mai associarsi alle molte fortune delle imprese del gruppo Anemone, ai 300 milioni di appalti ottenuti a destra e manca, soprattutto grazie agli amici della protezione civile e di via della Ferratella.  Per questo Scajola è stato processato “solo” per finanziamento illecito, ma il tribunale che l’ha assolto perché “il fatto non costituisce reato” ha sancito che il crimine non sussiste, forse perché l’appartamento in questione era utilizzato come abitazione privata, non come sede politica. In altri termini, in Italia gli imprenditori hanno conquistato la piena libertà di donare immobili a un ministro della Repubblica. Potremmo ribattezzarlo “Casa (all’insaputa) delle libertà”, quel famoso immobile con vista Colosseo.

Questa conclusione lascia un po’ di amaro in bocca. Non per la mancata condanna dell’ex ministro politicamente un po’ in disarmo, ma perché rimane del tutto inspiegata la munificenza dell’imprenditore. Gli 80 assegni circolari provenienti da Anemone e utilizzati per acquistare l’immobile non erano il prezzo della corruzione, né un finanziamento illecito al politico Scajola. Che cos’erano allora? Non vorremmo che lo stesso ex-ministro, smaltita la sbornia dell’assoluzione, tornasse a macerarsi nel medesimo rovello manifestato durante la conferenza stampa: “Se dovessi acclarare che la mia abitazione nella quale vivo a Roma fosse stata pagata da altri, senza saperne io il motivo, il tornaconto e l’interesse, i miei legali eserciteranno le azioni necessarie per l’annullamento del contratto di compravendita”. Proviamo almeno a formulare un’ipotesi, sia chiaro solo un’ipotesi, su motivi, tornaconto e interessi sottostanti operazioni di questo tipo.

Esistono oggi in Italia due tipi di corruzione. La prima è rimasta semplice, diretta, per certi versi naif: corrotti e corruttori si incontrano personalmente, trovano modo di fidarsi gli uni degli altri, sbrigano i loro affari utilizzando strumenti rudimentali, falsificano documenti, a volte addirittura si passano da una mano a un’altra le vecchie bustarelle zeppe di banconote sgualcite. Insomma: a loro tangentopoli non ha insegnato un bel nulla. Nelle loro attività illecite sembrano quasi scimmiottare le fattispecie del codice penale, così quando eccezionalmente qualcosa va storto rischiano grosso: in agguato c’è il processo, che sebbene finisca spesso con la prescrizione costa pur sempre una cifra in avvocati.

Ma poi c’è la corruzione 2.0. I “sistemi corruttivi” che si sono sviluppati negli ultimi anni hanno affinato i ferri del mestiere. Tutto sta nello sfruttare una rete abbastanza estesa di soggetti influenti e disponibili da coinvolgere nei traffici della corruzione, legandoli tra loro con il reciproco potere di ricatto, o magari con la speranza di restare in affari insieme, o meglio ancora grazie all’autorità di qualcuno capace di mettere tutti in riga. Se no le organizzazioni criminali che ci stanno a fare? Basta dunque allungare la catena degli scambi, differire un po’ i tempi nel do tu des, far circolare diversi benefici disponibili (appalti, licenze, posti di lavoro, promozioni, posizioni nella lista elettorale, informazioni riservate, e chi più ne ha ne metta…) tra i molti partecipanti al gioco, “smaterializzare” le tangenti in altri tipi di servizi, et voilà: la corruzione c’è nella sostanza, ma non costituisce più reato.

Non sarà più perseguibile dalla magistratura il politico che riceve in dono una casa, se ne accorga o meno, purché non ricambi direttamente la munificenza dell’imprenditore. Magari dovrà in cambio sponsorizzare la carriera di un alto dirigente ministeriale, il cui figlio viene lautamente pagato per impalpabili consulenze da uno studio professionale, che a sua volta fa buoni affari sia con l’imprenditore che con un ente pubblico nel quale spadroneggia un faccendiere che, grazie alle buone entrature con un magistrato, è in grado di far filtrare notizie sulle inchieste in corso, eccetera eccetera eccetera. A scanso di equivoci, sia chiaro che ogni riferimento a persone esistenti e fatti realmente accaduti è puramente intenzionale.