Il 23 gennaio del 1973, Roberto Franceschi, uno studente della Bocconi di Milano, militante del Movimento Studentesco, veniva ferito a morte con un colpo di pistola sparato da un agente di polizia da distanza ravvicinata che lo colpiva alla nuca. Roberto, nonostante i tentativi disperati di operarlo sarebbe morto pochi giorni dopo.

Conoscevo Roberto abbastanza bene, per la mia stessa appartenenza politica e soprattutto perché quell’anno, appena tornato dal servizio militare avevo iniziato a insegnare matematica e scienze nella scuola sperimentale di Cesate, dove la madre di Roberto, Lidia era preside.

Roberto era il classico studente modello, un militante molto impegnato e serio, il leader del collettivo universitario.

Quella maledetta sera, prima di venir colpito l’avevo incontrato mentre stava ciclostilando. Dopo qualche ora sarebbe caduto. Fu la prima volta che a Milano la polizia sparò, reagendo al tentativo degli studenti di entrare in Università nonostante il divieto del Rettore, forzando il blocco. Non mi accorsi che Roberto era stato colpito, dopo la sparatoria ci disperdemmo e a casa venni raggiunto dalla notizia che era stato ferito in modo grave. Il suo funerale vide una partecipazione compatta di decine di migliaia di sinceri democratici come si diceva allora, su di lui si scrissero delle canzoni.

Oggi avrebbe 62 anni, a lui fecero seguito altri caduti, e poi iniziò l’era del terrorismo. Ogni tanto mi domando come avrebbe reagito di fronte a tutte le scissioni, le giravolte, i cambiamenti di fronte dell’allora sinistra rivoluzionaria e della sinistra nel suo complesso. Anche al mio di cambiamento, oggi invito le persone a rallentare, a organizzarsi in piccoli gruppi a fare la rivoluzione tutti i giorni con dei piccoli gesti controcorrente, a fare del volontariato. Chissà.