Arnoldo Foà, ovvero The Voice. Altro che Frank Sinatra o Ferruccio Amendola, l’attore di origine ferrarese scomparso a 97 anni nella sua casa di Roma, è stata la voce più calda, vibrante, intensa dell’arte italiana del Novecento. Nella sua “Autobiografia di un artista burbero” pubblicata due anni fa da Sellerio l’attore confessava di ”aver sempre desiderato di essere amato; non riverito, encomiato, rispettato; amato nel senso di vedere il sorriso sul volto di chi mi guarda, il sorriso che si accende sul volto degli amici e degli sconosciuti”.

Basta ascoltarlo, verrebbe da dire declinando appena uno dei titoli dei film di Luciano Salce. Negli anni cinquanta Foà fu la voce italiana di Anthony Quinn quando da Zampanò spaccava le catene per Fellini e il verso viscido del Nerone/Peter Ustinov in Quo Vadis?, ma anche la voce narrante di Oompa Loompa ne La Fabbrica di Cioccolato di Tim Burton (2005) o quella di Charles Muntz, il perfido esploratore coprotagonista del disneyano e recentissimo Up! (2009).

Questione di stile e di un understatement totalizzante che ha reso Foà voce onnipresente, calibrata, densa e pulita, uscita dalla scuola di recitazione di Luigi Rasi, poi dal Centro Sperimentale di Roma che finì a stento per via delle leggi razziali e per una gavetta stellare tra le storiche compagnie del teatro italiano del dopoguerra come quella composta da Rina Morelli, Paolo Stoppa e Gino Cervi. Poi ancora il palcoscenico, e le litigate, con Giorgio Strehler, l’amore/odio con Luchino Visconti, le numerose pièce con la regia di Luigi Squarzina compagno di classe di un mai troppo amico, per Foà, Vittorio Gassman.

Recitazione classica sì, ma soprattutto un lavoro sul timbro e sulle pause, sulla chiarezza espositiva e sulla limpidezza di tono. Ascoltarlo oggi vicino al babelico e frettoloso caos del teatro contemporaneo italiano sembra un altro mondo. Perché Foà i galloni della voce più bella d’Italia se li era guadagnati sul campo: basti pensare che nel 1943, non ancora trentenne dopo essersi rifugiato a Napoli e aver collaborato come capo-annunciatore e scrittore della Radio Alleata PWB, con la sua voce diede notizia dell’armistizio con gli Alleati agli italiani, l’8 settembre 1943. Voce storica che arrivò anche in televisione: certo, meravigliosi gli sceneggiati dove da attore sbaragliava il campo dei colleghi (La Freccia Nera – ‘68/’69 – L’isola del tesoro – ‘59, anche se Ivo Garrani gli dà del filo da torcere…), ma la resa più limpida e conturbante la dà quando nel 1972 e ’73 conduce Ieri e oggi, uno dei primi talk show televisivi. Da recuperare negli archivi Rai, ma anche su Youtube, lo spezzone in cui intervista Albano e Romina: sontuoso leone nell’arena del nazionalpopolare, schiaccia gli ospiti con una sicurezza di linguaggio e di prontezza lessicale che forse nessuno ha mai avuto in tv. Infine, ancora una volta, la non facile collocabilità di un attore serio e poco incline allo spoil system ‘politico’ del cinema italiano: piccole parti negli anni sessanta e settanta, poi un film negli anni novanta con Luca Barbareschi (Ardena) e una bizzarra interpretazione del presidente della repubblica ne La Febbre di Alessandro D’Alatri. Lui, ex radicale che aveva apostrofato Berlusconi: “Un attore? Macchè c’è differenza: l’attore cambia, fa diversi personaggi, lui purtroppo ne fa uno solo”.

Quando la Casa del Cinema di Roma aveva organizzato la festa per il suo 95° compleanno l’artista, accanto alla quarta moglie Anna, non aveva rinunciato a lanciare qualche battuta volutamente ruvida, di quelle che hanno nutrito la sua leggenda di uomo intrattabile: ”Ma siete tutti venuti qui per me, davvero? Ma allora siete tutti cretini!”.

Nel suo carnet le collaborazioni di prestigio con Orson Welles e Toto’. È stato anche regista mettendo in scena spettacoli di prosa – da Aritofane a Pirandello – e di lirica. Restano indimenticabili le sue dizioni poetiche della Divina Commedia di Dante, delle opere di Lucrezio, Carducci, Leopardi, Neruda, García Lorca.